Intervista a Gianni Lattanzio di Sonia Rocca

Il libro di Gianni Lattanzio dal titolo «Francesca Cabrini: una santa alla prova dei tempi. Un percorso tra storia, migrazioni, educazione e umanesimo cristiano», edizioni “la Bussola”, è un omaggio meditato e civile a Santa Francesca Saverio Cabrini nell’ottantesimo anniversario della sua canonizzazione del 7 luglio 1946. Non è una semplice biografia devozionale, né un ricordo celebrativo: è un testo ampio che intreccia la vita della Santa con le grandi questioni che continuano a segnare il nostro presente – migrazioni di massa, povertà urbana, scuola come luogo di integrazione, rapporto tra carità e istituzioni, responsabilità pubblica della fede.

Lattanzio colloca Madre Cabrini là dove si incrociano migrazioni, povertà e trasformazioni della modernità, mostrando come la sua santità non sia un eroismo privato, ma una forma storica del bene che si traduce in opere, ambienti educativi e istituzioni della misericordia. La vicenda di Cabrini viene seguita dall’Italia rurale dell’Ottocento fino ai quartieri degli emigrati italiani in America, evidenziando la sua capacità di trasformare la spiritualità del Sacro Cuore in scuole, ospedali, orfanotrofi, case di accoglienza: luoghi concreti in cui i migranti e i poveri ritrovano dignità e futuro.

Santa Francesca Saverio Cabrini nasce nel 1850 a Sant’Angelo Lodigiano e, dopo una giovinezza segnata da fragilità fisica ma grande forza interiore, fonda nel 1880 a Codogno l’Istituto delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù. Su impulso di Leone XIII attraversa l’Atlantico per dedicarsi agli emigrati italiani negli Stati Uniti e nelle Americhe, condividendo viaggi, paure e speranze di uomini e donne in cerca di una vita migliore. In poco più di trent’anni fonda decine di opere educative e sanitarie tra Europa e America, fino alla morte nel 1917 a Chicago, in un ospedale per migranti da lei stessa creato; nel 1950 viene proclamata “Celeste patrona di tutti gli emigranti”.

Il volume di Lattanzio segue questa biografia mettendo in luce la sorprendente attualità di Madre Cabrini: il modo in cui guarda ai migranti non come problema da gestire ma come persone da accompagnare; la sua idea di carità come architettura sociale; la sua leadership femminile capace di costruire opere durature e di formare altre donne alla missione. In un tempo segnato da nuove migrazioni, da fragilità educative e da trasformazioni tecnologiche, il libro propone Cabrini come figura capace di interrogare il modello di società che vogliamo realizzare: un’umanità che non ha paura del cambiamento, ma lo abita con responsabilità e solidarietà organizzata.

Per capire meglio le ragioni di questa pubblicazione ne abbiamo parlato con l’autore a margine della presentazione avvenuta il 21 luglio 2026 nella Sala stampa della Camera dei Deputati.

D: Dottor Lattanzio, partiamo dall’inizio: perché ha sentito il bisogno di scrivere un libro su santa Francesca Saverio Cabrini proprio ora, a ottant’anni dalla canonizzazione?

R: Il libro nasce come un atto di gratitudine e, insieme, come esercizio di responsabilità civile verso Madre Cabrini. Dopo ottant’anni dalla canonizzazione, rischiavamo di collocarla nel registro delle celebrazioni: una figura molto amata, ricordata, ma in fondo neutralizzata. Mi interessava restituirle la sua forza critica, far vedere come la sua storia continui a interpellare il presente, dalle migrazioni alla scuola, dalla povertà urbana alla funzione delle istituzioni.

D: Lei parla di “neutralizzazione” delle grandi figure spirituali. In che senso Madre Cabrini rischia di essere neutralizzata?

R: Ci sono almeno due modi. Il primo è ridurla a immagine edificante della bontà femminile: una santa dolce, generosa, un po’ disincarnata. Il secondo è trasformarla in simbolo generico dell’accoglienza, senza fare i conti con la concretezza delle sue opere e con la disciplina delle sue istituzioni. Si rischia di dimenticare che è stata una fondatrice, una donna di governo, una stratega delle opere educative e sanitarie. Il mio tentativo è proprio quello di sottrarla a queste semplificazioni, mostrando la complessità storica e civile della sua esperienza.

D: Il sottotitolo del volume parla di “un percorso tra storia, migrazioni, educazione e umanesimo cristiano”. Perché ha scelto di mettere la storia al centro?

R: Perché Cabrini si capisce solo dentro la storia. Non la storia fatta di date e celebrazioni, ma la storia viva delle trasformazioni economiche, sociali e religiose che segnano il suo tempo: le migrazioni di massa, la povertà urbana, la scuola come spazio di integrazione, il rapporto tra carità e istituzioni, il ruolo pubblico delle donne. In quella trama lei non è una figura ornamentale: è una risposta. Volevo che il lettore vedesse come la sua santità sia una forma storica del bene, non un eroismo privato sospeso nell’aria.

D: In che senso parla di “bene organizzato”?

R: Molto spesso immaginiamo il bene come gesto isolato, lampo morale, slancio di generosità. Cabrini ci insegna che, se il bene vuole incidere, deve assumere forma storica: tempo, metodo, linguaggio, struttura, organizzazione. Le sue scuole, i collegi, gli orfanotrofi, gli ospedali, le case di accoglienza sono la grammatica di questo bene organizzato. Non solo soccorso individuale, ma costruzione di ambienti in cui la dignità diventa esperienza quotidiana.

D: Quali sono i grandi assi su cui si sviluppa il libro?

R: Direi almeno cinque.

Primo: l’Italia profonda in cui Francesca nasce, con le sue disuguaglianze territoriali, la povertà rurale, ma anche la forza del cattolicesimo popolare che le trasmette un certo sguardo sul mondo.

Secondo: la nascita del carisma missionario e dell’Istituto delle Missionarie del Sacro Cuore, cioè il passaggio dall’intuizione individuale alla responsabilità comunitaria.

Terzo: il Sacro Cuore come centro interiore della missione, dove contemplazione e azione si tengono insieme, evitando sia l’attivismo senza radice sia la spiritualità intimistica.

Quarto: l’Atlantico, le migrazioni, il nuovo mondo, con il mare che diventa spazio di prova della modernità e delle sue fratture.

Quinto: la costruzione di opere educative e sanitarie come luoghi di ricucitura della vita, laddove rischia di spezzarsi.

D: Lei insiste molto sulla dimensione di leadership femminile. In che modo Madre Cabrini è anche una “donna di governo”?

R: Madre Cabrini non è solo una mistica o una benefattrice. È una fondatrice che assume decisioni complesse, che organizza persone e risorse, che legge i contesti, che affronta ostilità e incomprensioni. Forma donne capaci di condividere un carisma, di entrare nelle nuove metropoli del mondo, di gestire scuole e ospedali, di dialogare con autorità civili ed ecclesiastiche. In questo senso è una figura di leadership femminile molto avanzata per il suo tempo, e credo di grande interesse anche per il dibattito contemporaneo.

D: Un capitolo forte è quello sugli “italiani d’America”. Che cosa significa dire che Madre Cabrini “ha dato dignità agli italiani d’America”?

R: Significa riconoscere che gli emigrati italiani non soffrivano solo la povertà, ma anche il disprezzo, la stigmatizzazione, la vergogna sociale. Cabrini interviene proprio su questo piano simbolico: costruisce luoghi – scuole, parrocchie, ospedali, case – in cui gli italiani possano essere riconosciuti come persone capaci di studio, di lavoro, di fede, di crescita civile. È una grande operazione di rinarrazione collettiva, che restituisce dignità a un popolo marginalizzato. E questo ha effetti enormi sulle generazioni successive.

D: Il suo libro però non si ferma al passato. Che cosa rende Madre Cabrini così attuale nel 2026?

R: Il fatto che il suo tempo assomigli molto al nostro. Lei vive in un’epoca di mobilità di massa, di crisi delle appartenenze, di nuove povertà e di urbanizzazione accelerata. Noi viviamo un cambiamento d’epoca segnato da migrazioni globali, fragilità educative, diseguaglianze crescenti, rivoluzione digitale. Il magistero contemporaneo – penso in particolare a papa Francesco – la richiama proprio perché la sua risposta è integrale: spirituale, educativa, sociale, istituzionale. Non ci offre ricette, ma criteri per abitare il cambiamento senza esserne travolti.

D: Quali sono questi criteri?

R: Ne evidenzierei tre.

Primo: la fede, se prende sul serio il Vangelo, non può ridursi a fatto privato; ha una inevitabile dimensione pubblica che tocca scuola, lavoro, istituzioni di cura, politiche migratorie.

Secondo: la carità, per non essere neutralizzata, deve diventare organizzazione, durata, affidabilità; non basta l’emozione, serve la struttura.

Terzo: non si può parlare di umanesimo cristiano senza andare nei luoghi concreti della ferita: migranti, povertà educative, periferie urbane, nuove marginalità digitali. È lì che si verifica la qualità di una società.

D: Lei ha più volte parlato di sfide dei tempi odierni accennando anche alla rivoluzione digitale e all’intelligenza artificiale. Che cosa c’entra Madre Cabrini con queste sfide così nuove?

R: Non c’entra in termini tecnici, ovviamente. Ma ci aiuta a porre la domanda decisiva: a chi giova il progresso? Ogni innovazione – economica, sociale, tecnologica – dovrebbe essere misurata sulla sua capacità di includere gli ultimi. L’intelligenza artificiale può migliorare la scuola, la sanità, la partecipazione democratica; ma può anche creare nuove forme di povertà e di discriminazione digitale. La lezione cabriniana è che il progresso ha senso solo se non lascia indietro i più fragili. È un criterio etico che possiamo applicare anche alle tecnologie.

D: A chi si rivolge questo libro? È pensato più per un pubblico ecclesiale o per un pubblico laico?

R: Io spero che possa circolare in entrambi i mondi. Certamente parla alla Chiesa, perché racconta una grande figura di santità e di missione. Ma è pensato anche per scuole, università, amministrazioni locali, operatori sociali, studiosi di migrazioni e di storia contemporanea. Madre Cabrini appartiene alla storia della Chiesa, ma anche alla storia civile del nostro Paese e delle nostre democrazie. Il suo è un patrimonio che riguarda tutti.

D: Se dovesse scegliere una sola domanda che il suo libro vorrebbe lasciare al lettore, quale sarebbe?

R: Direi questa: quale modello di società vogliamo costruire in un mondo che cambia così rapidamente? Una società che si limita a gestire le emergenze, o una società cabriniana – se posso usare questa espressione – che non ha paura del cambiamento, ma lo abita con responsabilità, trasformando la solidarietà in istituzioni, in opere, in percorsi di dignità per tutti, a partire dagli ultimi.

Sonia RoccaDirettrice Meridianoitalia.tv