Dall’eco di Roma all’alba dell’intelligenza artificiale, la politica ritrova la sua anima nel volto di ogni persona
di Gianni Lattanzio
“Salus populi suprema lex esto”. Il bene del popolo sia la legge suprema. Quando Cicerone scriveva queste parole nel De legibus, Roma era ancora padrona del Mediterraneo, ma la sua Repubblica stava già morendo. Non la minacciavano eserciti stranieri. La consumavano dall’interno l’ambizione di pochi, la corruzione delle istituzioni e l’indifferenza di molti. Cicerone lo sapeva e avrebbe pagato con la vita la sua fedeltà a quell’idea. Duemila anni dopo, la sua frase ci raggiunge come un messaggio in bottiglia. Ci ricorda che una comunità politica si regge o crolla su una sola domanda: si sta prendendo cura delle persone che la abitano?
Questa domanda attraversa la storia del pensiero occidentale come un filo rosso che nessuna epoca è riuscita a spezzare. Aristotele aveva definito l’uomo uno zoon politikon, un essere che si realizza pienamente solo dentro la vita della città, e considerava la politica la più alta delle scienze pratiche, perché mira al bene di tutti. Terenzio, un liberto venuto dall’Africa, aveva messo in bocca a un suo personaggio parole destinate a diventare il manifesto dell’umanesimo: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”. Sono un uomo e nulla di ciò che è umano mi è estraneo. Secoli più tardi Immanuel Kant avrebbe dato a quell’intuizione la forma di un imperativo morale: trattare l’umanità, nella propria persona come in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo. È qui che nasce la parola che dà senso a tutto il resto: persona. Non un numero, non un utente, non una pratica da evadere, ma un volto irripetibile, portatore di una dignità che nessuna ragion di Stato può calpestare.
Il Novecento ha messo alla prova questa idea nel modo più terribile. Dopo i totalitarismi, dopo la guerra e dopo i campi, l’Europa ha dovuto ricostruire non solo le città ma il senso stesso della convivenza. Hannah Arendt, che aveva guardato in faccia l’abisso, scrisse che il senso della politica è la libertà. Non la libertà astratta dei proclami, ma quella concreta di uomini e donne che agiscono insieme nello spazio pubblico. In Italia quella lezione ha preso la forma della Costituzione, un testo che non si limita a organizzare i poteri ma assegna alla Repubblica un compito morale: rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. In quelle parole dell’articolo 3 c’è tutta la distanza tra uno Stato che amministra e uno Stato che si prende cura.
Poi, lentamente, qualcosa si è incrinato. La politica ha iniziato a parlare un linguaggio sempre più lontano da quello della vita quotidiana. Il dibattito si è trasformato in spettacolo, la competizione in rissa permanente, la visione in comunicazione di giornata. I cittadini hanno risposto nel modo più eloquente e più doloroso: allontanandosi. L’astensione crescente non è apatia. È un giudizio severo pronunciato in silenzio. Le democrazie non muoiono solo per i colpi di mano. Possono spegnersi anche così, per consunzione, quando le persone smettono di credere che il loro voto possa cambiare qualcosa.
Per riaccendere quella fiducia non servono nuove ideologie. Serve tornare alle cose semplici, quelle che toccano la vita di ciascuno. Don Lorenzo Milani lo aveva detto con la limpidezza dei veri maestri nella Lettera a una professoressa: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. Oggi quei problemi comuni hanno nomi precisi: sanità, scuola, lavoro, intelligenza artificiale e ambiente.
La salute è il luogo in cui la promessa di Cicerone diventa letterale, perché salus significa anche salute. Il Servizio sanitario nazionale, nato nel 1978 dal principio costituzionale che riconosce la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività, è una delle più alte conquiste della nostra storia repubblicana. Oggi però rischia di sgretolarsi tra liste d’attesa infinite, pronto soccorso allo stremo, aree interne senza medici e professionisti che se ne vanno. Quando un cittadino deve scegliere tra aspettare mesi e pagare, l’universalismo si trasforma in una disuguaglianza silenziosa. Difendere la sanità pubblica significa investire nella prossimità, nella prevenzione e nella dignità di chi cura. Significa anche comprendere, secondo la prospettiva One Health, che la salute umana è inseparabile da quella degli animali e degli ecosistemi.
La scuola è il luogo in cui una comunità decide chi vuole diventare. Piero Calamandrei la definiva un organo costituzionale, perché è lì che la Repubblica forma i suoi cittadini. Don Milani, dalla piccola aula di Barbiana, aveva mostrato che una scuola che perde i più deboli non è una scuola ma un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Edifici fatiscenti, docenti precari e dispersione scolastica non sono semplici inefficienze: sono ferite al patto democratico. In un tempo in cui gli algoritmi decidono che cosa leggiamo e perfino che cosa desideriamo, educare al pensiero critico è la più alta forma di difesa della libertà.
Il lavoro è la pietra angolare su cui i Costituenti vollero fondare la Repubblica, perché attraverso di esso la persona conquista autonomia e partecipa al bene comune. Adriano Olivetti, imprenditore visionario, sosteneva che la fabbrica non potesse guardare solo all’indice dei profitti, ma dovesse distribuire ricchezza, cultura, servizi e democrazia. Quella lezione suona oggi quasi profetica di fronte a salari che non bastano a vivere, alla precarietà che rimanda i progetti di vita, alle morti sul lavoro che interrogano ogni settimana le nostre coscienze e ai giovani costretti a cercare altrove il riconoscimento che il proprio Paese non sa offrire.
Poi c’è l’intelligenza artificiale, la frontiera che più di ogni altra metterà alla prova il nostro umanesimo. Hans Jonas, già negli anni Settanta, aveva intuito che il potere crescente della tecnica richiede un nuovo imperativo: agire in modo che le conseguenze delle nostre azioni siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra. L’IA può rendere i servizi pubblici più rapidi, anticipare le diagnosi e liberare le persone dalla burocrazia più ottusa. Può anche concentrare potere, amplificare discriminazioni, violare la riservatezza e dissolvere la responsabilità umana dentro l’anonimato della macchina. L’Europa, con l’AI Act, ha scelto di non cedere né all’ingenuità né alla paura, affermando che l’innovazione deve restare al servizio dei diritti fondamentali. È una scelta kantiana: la tecnologia come mezzo, la persona come fine.
L’ambiente, infine, è il patto più delicato, perché lega chi vive oggi a chi ancora non ha voce. Le alluvioni che hanno ferito l’Emilia-Romagna, le siccità e le ondate di calore ci hanno insegnato che la crisi climatica non è un tema da convegno. È la casa invasa dal fango, il raccolto perduto, l’anziano solo nel caldo delle città. Papa Francesco, nella Laudato si’, ha scritto che non esistono due crisi separate, una ambientale e una sociale, ma una sola e complessa crisi socio-ambientale. Dal 2022 anche la nostra Costituzione tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi nell’interesse delle future generazioni. È un principio che chiede alla politica di guardare oltre la scadenza elettorale, verso l’orizzonte lungo della responsabilità.
Queste cinque sfide sono un’unica sfida, perché hanno un unico centro: la persona. Mettere la persona al centro significa guardare lo Stato con gli occhi di chi lo attraversa: l’anziano che prenota una visita, la madre che iscrive il figlio al nido, il giovane che apre un’impresa, il lavoratore che chiede aiuto nel momento più difficile. Per loro l’amministrazione è un’esperienza concreta, fatta di tempi, linguaggi, attese e risposte. Semplificare i percorsi, garantire tempi certi e offrire servizi digitali senza cancellare il volto umano dello sportello significa trasformare i diritti scritti in diritti vissuti.
Anche lo sviluppo va ripensato con la stessa misura. Nel 1968 Robert Kennedy ricordava che il prodotto interno lordo misura tutto, tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Amartya Sen ha poi insegnato che il vero sviluppo coincide con l’espansione delle libertà reali delle persone. Un territorio cresce davvero quando le persone si curano meglio, studiano meglio, lavorano con dignità, governano l’innovazione e abitano un ambiente sano.
Da Cicerone a Terenzio, da Kant ad Arendt, da Calamandrei a don Milani, da Olivetti a Jonas fino a papa Francesco, la lezione è sempre la stessa. La politica tradisce se stessa quando dimentica le persone e ritrova la propria nobiltà quando torna a prendersene cura. Il nostro tempo non ha bisogno di salvatori né di tribuni. Ha bisogno di servitori della cosa pubblica, capaci di ascolto, competenza e responsabilità. Ha bisogno di una politica meno rumorosa e più vera, che abbia il coraggio di ripartire dall’essenziale.
Perché, oggi come ai tempi di Roma, il bene delle persone resta la legge suprema.

