di Gianni Lattanzio
La Repubblica islamica ha scelto la continuità più dura nel momento della sua massima fragilità. Nel pieno di una guerra aperta con Stati Uniti e Israele, l’Assemblea degli Esperti ha incoronato Mojtaba Khamenei, figlio del defunto Ali, come nuova Guida suprema. Non è una semplice successione istituzionale: è il segnale di un potere che decide di arroccarsi, di militarizzarsi definitivamente, trasformando un regime teocratico già opaco in qualcosa di sempre più simile a una dinastia armata, sorretta dal complesso sicurezza‑economia‑ideologia.
Mojtaba non è l’uomo della rottura, ma il regista ombra degli ultimi anni. Religioso di formazione, ma innanzitutto uomo di apparato, ha costruito la propria influenza nei seminari di Qom, nelle caserme dei Pasdaran, nei meccanismi di selezione del ceto politico e nel controllo dei canali di finanziamento alle milizie alleate dal Libano all’Iraq. La sua ascesa rende esplicito ciò che da tempo era evidente agli osservatori: il vero triangolo del potere a Teheran è Guida–Guardie rivoluzionarie–economia parastatale, non quel pluralismo vigilato che la Costituzione si ostina ancora a evocare come schermo di legittimità.
L’atto stesso dell’elezione racconta un sistema sotto assedio che si stringe attorno al proprio nucleo più duro. L’Assemblea degli Esperti, teoricamente organo sovrano chiamato a scegliere e, se necessario, a destituire la Guida, si è mossa sotto il peso determinante dei Pasdaran, mentre una parte del clero tradizionale veniva marginalizzata o ridotta al silenzio. La legittimazione non passa più attraverso un consenso religioso ampio, ma attraverso il controllo della forza, delle rendite e delle reti clientelari. Il messaggio rivolto alla società iraniana è chiarissimo: nessuna apertura, nessuna transizione controllata, nessun “Gorbaciov sciita”. Chi immaginava che la morte di Ali Khamenei potesse aprire una faglia nel sistema si trova di fronte, almeno per ora, a un compattamento.
Lo sguardo verso l’esterno fotografa a sua volta un mondo diviso e nervoso. Washington e Tel Aviv leggono nella figura di Mojtaba la garanzia che Teheran non farà concessioni sostanziali: di qui la tentazione speculare di colpire al cuore le capacità economiche e militari del regime, accorciando la guerra con un salto di qualità nell’uso della forza. L’Europa condanna la repressione e l’escalation, difende i diritti umani, ma resta prigioniera della sua ambivalenza strutturale: critica l’Iran, teme gli azzardi di Trump, guarda con apprensione a una guerra lunga che la esporrebbe sul piano energetico e migratorio. Russia e Cina, infine, sembrano accontentarsi di una stabilità autoritaria: meglio un Iran più duro ma prevedibile che un vuoto di potere nel cuore del Golfo Persico.
È in questo quadro che prende forma l’ipotesi più inquietante, e insieme più rivelatrice, della fase attuale: la “conquista” dell’isola di Kharg, il grande terminal petrolifero iraniano nel Golfo. Kharg non è un semplice punto su una carta nautica; è la valvola attraverso cui l’Iran respira economicamente ed è percepita, nell’immaginario collettivo, come simbolo tangibile della sovranità nazionale. Chi controlla Kharg controlla, di fatto, la capacità del regime di alimentare il proprio apparato militare, di garantire un minimo di welfare, di finanziare le reti di patronage su cui si regge quel che resta del consenso. Non stupisce che, nelle indiscrezioni e nelle analisi che circolano nelle capitali occidentali, l’isola venga descritta come l’obiettivo in grado di cambiare il corso della guerra.
Ma proprio qui si annida un effetto collaterale che molti analisti sottovalutano. Un’eventuale occupazione di Kharg da parte di forze statunitensi o israeliane non colpirebbe soltanto l’élite di potere, ma rischierebbe di compattare una parte significativa del popolo iraniano attorno al regime, in nome della difesa della terra e dell’onore nazionale. Di fronte a un nemico percepito come invasore straniero che mette piede su un lembo di territorio iraniano, la linea di frattura tra società e Stato potrebbe paradossalmente attenuarsi: anche oppositori dichiarati della Repubblica islamica potrebbero sentirsi chiamati a una difesa “patriottica”, rinviando a dopo la resa dei conti con il potere di Teheran. Il nazionalismo, in certe ore, è più forte di qualsiasi dissenso politico
Un’operazione militare su Kharg avrebbe dunque una logica di guerra apparentemente “razionale” agli occhi di alcuni pianificatori occidentali – colpire l’arteria economica per indebolire in tempi rapidi il sistema – ma comporterebbe un rischio politico gigantesco: trasformare una società oggi stanca, frammentata e diffidente in una comunità mobilitata contro un nemico esterno ben identificato. In un contesto in cui la nuova Guida suprema è un uomo cresciuto nella cultura dell’assedio, del martirio e della resistenza senza compromessi, questo riflesso di unità nazionale sarebbe immediatamente sfruttato come capitale politico. Non per chiudere il conflitto, ma per prolungarlo, legittimando ulteriormente la linea della guerra a oltranza.
Per l’Europa, questo snodo è cruciale. Da un lato, la scelta di Mojtaba sembra confermare le diagnosi più severe sul regime: irrigidimento ideologico, repressione interna, chiusura verso qualsiasi percorso di riforma incrementale. Dall’altro, l’opinione pubblica europea non appare disposta a sostenere una guerra lunga nel Golfo, né a pagare il prezzo di una destabilizzazione duratura delle rotte energetiche. Il rischio concreto è che l’Unione resti confinata nel ruolo di spettatore moralmente indignato ma politicamente irrilevante, mentre altri decidono su guerra, pace, controllo dei choke points e futuro dell’ordine regionale.
Eppure proprio su questo terreno l’Europa potrebbe, se lo volesse, avanzare una proposta all’altezza della sua tradizione di potenza civile. Da tempo, in vari ambienti politici e accademici europei, si è affacciata l’idea di affidare alle Nazioni Unite – con una forte guida e presenza dell’Unione – la gestione internazionale dello Stretto di Hormuz e delle principali rotte del Golfo. In altri termini: sottrarre lo snodo vitale dell’energia mondiale alla logica dello scontro bilaterale fra Iran e Stati Uniti e collocarlo in un quadro di garanzie multilaterali, con una missione a trazione europea incaricata di assicurare libertà di navigazione, sicurezza per tutti gli attori regionali e prevedibilità delle forniture. È una soluzione imperfetta, certo, ma infinitamente preferibile a una guerra per i passaggi obbligati del sistema energetico globale.
Sul piano interno iraniano, la successione a Mojtaba pesa come una pietra sull’immaginario di una generazione che aveva riempito le piazze chiedendo “donna, vita, libertà” e più in generale diritti e dignità. Vedere il potere passare dal padre al figlio, senza consultazione reale, senza neppure il tentativo di una apertura, conferma la percezione di un sistema impermeabile a qualunque riforma dall’alto. La scelta di un successore totalmente organico all’apparato può rinsaldare, nel breve periodo, la coesione delle élite di sicurezza; ma rischia di approfondire, nel medio periodo, il fossato tra Stato e società, alimentando quella miscela di cinismo e disperazione che rende un Paese al tempo stesso più vulnerabile e più imprevedibile.
La domanda di fondo, a questo punto, non è soltanto che cosa farà Mojtaba Khamenei, ma che cosa sarà costretto a fare. Sarà il leader di una resistenza a oltranza, deciso a giocare la carta dell’eroismo nazionale fino all’ultimo missile, o il custode di un logoramento progressivo destinato a consumare lentamente le risorse del Paese e la pazienza del suo popolo? Se l’Occidente dovesse davvero spingersi fino a colpire Kharg, lo spazio per compromessi senza perdita di faccia si restringerebbe drasticamente. Se invece prevarrà, almeno a Washington e in Europa, una strategia di pressione graduata, resta aperta, sullo sfondo, la possibilità che la nuova Guida, una volta consolidato il proprio potere, cerchi un negoziato da posizione di forza.
In definitiva, l’ascesa di Mojtaba Khamenei, l’ombra di Kharg e il destino dello Stretto di Hormuz ci ricordano che la partita iraniana non si gioca soltanto nei cieli bombardati o nei corridoi delle diplomazie, ma all’incrocio delicatissimo fra legittimità interna, orgoglio nazionale e vulnerabilità economica. È su quel crinale che si deciderà se la Repubblica islamica entrerà in una lunga guerra di posizione o sarà costretta, prima o poi, a ripensare se stessa. In questo quadro, una proposta europea di internazionalizzazione dello Stretto sotto egida ONU, con un ruolo centrale dell’Unione nella gestione e nel monitoraggio, potrebbe rappresentare uno dei pochi strumenti concreti per disinnescare la logica della guerra permanente nel Golfo e riportare la crisi entro binari negoziali.
Nel frattempo, il mondo osserva e si divide: c’è chi scommette sulla forza, chi sul logoramento, chi sulla resistenza – e sulla sofferenza – del popolo iraniano. La sola illusione che non possiamo più permetterci è quella di leggere questa transizione al vertice come un normale cambio della guardia. È, al contrario, l’ingresso in un passaggio più pericoloso, in cui ogni scelta – militare o diplomatica – peserà non solo sul destino dell’Iran, ma sull’equilibrio già precario dell’intero ordine internazionale.
