di Gianni Lattanzio
Vi sono parole che, nelle stagioni della storia attraversate dalla violenza, sembrano perdere consistenza. Pace è una di queste. Pronunciata mentre le città vengono colpite, mentre i confini si trasformano in fronti, mentre i bambini diventano profughi e il linguaggio della potenza torna a prevalere su quello del diritto, essa rischia di apparire una formula rituale, una nobile ma impotente invocazione. Eppure è proprio quando la pace sembra più remota che la sua parola acquista il valore di una resistenza. Non la resistenza astratta di chi si sottrae alla realtà, ma quella, più esigente, di chi rifiuta di consegnare la realtà stessa al fatalismo della guerra.
La Santa Sede continua a esercitare questa resistenza. Lo fa con gli strumenti apparentemente fragili di una diplomazia priva di divisioni militari, di una sovranità territoriale ridottissima, di una capacità economica incomparabile con quella delle grandi potenze. E tuttavia, da secoli, questa fragilità istituzionale convive con una singolare forza storica: la possibilità di parlare a tutti, di non identificarsi interamente con nessun blocco, di mantenere canali anche nei luoghi in cui la politica internazionale vede soltanto nemici irriducibili. La diplomazia pontificia non procede dalla forza delle armi, ma dalla persuasione; non dalla minaccia, ma dalla parola; non dalla conquista, ma dalla custodia della relazione.
In fondo, il suo fondamento remoto è biblico prima ancora che politico. La pace, nella Scrittura, non è mai soltanto assenza di guerra. Lo shalom biblico indica pienezza, integrità, giustizia, armonia del rapporto tra l’uomo e Dio, tra gli uomini, tra i popoli e perfino tra l’umanità e il creato. È una condizione nella quale la vita può fiorire e la comunità può riconoscersi non come somma di interessi contrapposti, ma come destino condiviso. Per questo la pace non può essere ridotta a una tregua armata o a un equilibrio provvisorio garantito dalla paura reciproca. Essa esige diritto, verità, riconciliazione, riparazione delle ferite e responsabilità verso i più vulnerabili.
Nella grande visione profetica di Isaia, le genti salgono al monte del Signore perché Egli insegni loro le sue vie, e il risultato di quel cammino non è una uniformità imposta, ma la trasformazione delle armi: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci». È una delle immagini più potenti della civiltà umana. Non chiede soltanto di deporre gli strumenti di morte; domanda di convertire le energie della distruzione in forze capaci di generare vita. Il ferro della guerra diventa lavoro della terra, nutrimento, futuro. La pace, in questa prospettiva, non è una parentesi tra due conflitti, ma una conversione del potere.
È difficile non avvertire la radicalità di questa immagine nel presente. Le guerre contemporanee non devastano solo gli eserciti: feriscono l’ambiente, corrompono l’economia, producono esodi, dilatano la fame, accelerano la crisi climatica e lasciano dietro di sé generazioni segnate dal trauma. Le bombe non distruggono soltanto edifici; spezzano legami familiari, cancellano scuole, impoveriscono territori, trasformano l’acqua, il cibo e l’energia in strumenti di ricatto. La riflessione di Leone XIV sulla custodia del creato e sulla pace si colloca precisamente in questo orizzonte: la crisi degli uomini e la ferita della creazione non sono due realtà separate, ma un’unica invocazione di guarigione che sale da un mondo ferito.
La diplomazia della Santa Sede nasce da questa antropologia integrale. La guerra non è soltanto un errore strategico o il fallimento temporaneo di una negoziazione; è, più profondamente, una sconfitta della ragione morale e politica. È il momento in cui l’altro cessa di essere una persona, un popolo, una storia, e viene ridotto a ostacolo, minaccia, bersaglio. La pace comincia, allora, là dove questa riduzione viene rifiutata. Non significa ignorare la responsabilità dell’aggressore o adottare una sterile equidistanza tra chi attacca e chi subisce. Significa, al contrario, riconoscere che anche il diritto alla difesa, per essere davvero umano e legittimo, non può trasformarsi nella negazione definitiva dell’umanità dell’avversario.
Qui risiede uno dei nodi più delicati e più alti della diplomazia vaticana. Essa deve tenere insieme esigenze che la propaganda di guerra tende a separare: il dovere di chiamare il male con il suo nome e il dovere di non chiudere la porta a nessuno; il sostegno alle vittime e la ricerca del dialogo; la domanda di giustizia e la necessità del perdono; la difesa del diritto internazionale e la consapevolezza che, senza una qualche forma di riconciliazione, nessun trattato riuscirà a rendere stabile la pace. Non è relativismo. È realismo cristiano, perché conosce il peso del peccato nella storia ma rifiuta di accordargli l’ultima parola.
La tradizione diplomatica della Santa Sede ha maturato questa consapevolezza attraverso secoli di guerre dinastiche, rivoluzioni, nazionalismi, totalitarismi e conflitti mondiali. Già Benedetto XV, di fronte alla carneficina della Grande Guerra, definì il conflitto un’«inutile strage»: giudizio che allora apparve isolato, ma che oggi conserva una forza profetica. La sua Nota ai capi dei popoli belligeranti del 1917 tentava di sottrarre l’Europa all’idea che la vittoria assoluta potesse generare un ordine durevole. Dopo le macerie del Novecento, Pio XII avrebbe fatto della pace fondata sulla verità, la giustizia, la libertà e la carità uno dei cardini del suo magistero. Giovanni XXIII, con la Pacem in terris, avrebbe poi collocato questa visione dentro l’orizzonte universale dei diritti umani, del bene comune e di un’autorità internazionale capace di affrontare problemi che ormai oltrepassavano definitivamente i confini degli Stati.
In tale genealogia si comprende il significato della formula dei “buoni uffici” della Santa Sede. Non sempre Roma può o deve proporsi come mediatrice formale. Una mediazione, per essere efficace, richiede consenso delle parti, mandato chiaro, condizioni politiche minime. Più spesso la Santa Sede svolge un compito meno visibile ma non meno necessario: ascolta, tiene aperti contatti, facilita incontri, offre una sede, trasmette messaggi, protegge riservatezza, incoraggia gesti umanitari, ricorda ai contendenti che l’avversario di oggi sarà inevitabilmente l’interlocutore di domani.
È una diplomazia della soglia. Opera nei passaggi stretti della storia, dove la politica ufficiale non può ancora avanzare e tuttavia non può permettersi di rinunciare del tutto alla parola. Custodisce ciò che, in termini classici, potremmo chiamare il minimum humanitatis: quel nucleo irriducibile di umanità senza il quale persino la pace diventa una semplice spartizione di potere. Per questo essa si interessa dei prigionieri, delle persone scomparse, dei corridoi umanitari, dei bambini deportati o separati dalle famiglie, della libertà religiosa, della sorte delle minoranze, dei luoghi di culto, delle popolazioni civili intrappolate nelle zone di combattimento.
Nella guerra in Ucraina, questo metodo ha assunto una forma particolarmente significativa. La Santa Sede ha mantenuto un’interlocuzione con Kiev e con Mosca, senza rinunciare a richiamare l’esigenza di una pace giusta e duratura e a riaffermare il valore dell’integrità territoriale ucraina. La missione di mons. Paul Richard Gallagher a Mosca, dopo la visita a Kiev, ha mostrato la volontà di non spezzare il filo del confronto neppure quando le possibilità di un negoziato appaiono limitate. Gallagher ha ricordato che le guerre terminano storicamente con accordi e che l’isolamento non favorisce, di per sé, l’apertura di una soluzione.
Queste parole devono essere intese con rigore, non come indulgenza verso l’aggressione né come rimozione delle responsabilità. La Santa Sede non dispone della facoltà di disegnare confini, imporre garanzie di sicurezza o definire clausole tecniche di un’intesa. Ma può compiere qualcosa che, nelle fasi più drammatiche, diviene decisivo: impedire che la logica del nemico assoluto cancelli ogni futuro possibile. Può affermare che la pace non sarà il premio di chi avrà umiliato l’altro, ma il frutto difficile di un ordine nel quale sicurezza, diritto, memoria delle vittime e ricostruzione del legame politico trovino un equilibrio.
Accanto all’azione della Segreteria di Stato, il lavoro del cardinale Matteo Zuppi ha evidenziato il versante più direttamente umanitario della presenza vaticana. La questione dei minori ucraini trasferiti in Russia, degli scambi di prigionieri e delle famiglie separate dal conflitto rivela quanto la diplomazia della pace debba misurarsi non solo con trattati e vertici, ma con nomi, volti, attese quotidiane. In questo campo, anche un risultato circoscritto può avere un valore enorme: non risolve una guerra, ma sottrae vite alla sua crudeltà e prepara un terreno di fiducia sul quale, un giorno, potrà forse crescere un accordo più ampio.
La forza della Santa Sede non è dunque quella di una neutralità passiva. È piuttosto la libertà di una voce che non accetta di essere interamente assorbita dalle categorie degli schieramenti. Questa libertà le consente di dire ai potenti che la ragion di Stato non esaurisce la ragione della storia; che la sovranità non può diventare licenza di opprimere; che la sicurezza non può essere edificata sulla distruzione permanente dell’altro; che l’ordine internazionale non può reggere se il diritto viene applicato selettivamente, invocato per alcuni e ignorato per altri.
In questo senso, la Santa Sede parla anche al sistema multilaterale. L’erosione delle sedi comuni, la paralisi degli organismi internazionali, il ritorno di logiche imperiali e di sfere di influenza, l’uso crescente del veto, delle sanzioni, della coercizione economica e della forza militare mostrano quanto sia fragile l’architettura costruita dopo il 1945. La crisi non riguarda soltanto l’efficacia delle istituzioni: riguarda la perdita di un lessico comune. Quando il diritto internazionale diventa uno strumento retorico da usare contro l’avversario e non un limite da riconoscere per sé stessi, la pace si allontana.
La diplomazia pontificia richiama qui una verità antica, che attraversa tanto la filosofia classica quanto il pensiero cristiano: la pace è opera della giustizia. Sant’Agostino la definiva tranquillitas ordinis, la tranquillità dell’ordine; ma non di un ordine immobile o autoritario, bensì di un ordine nel quale ogni realtà trova il proprio posto secondo giustizia. Tommaso d’Aquino avrebbe poi insistito sull’idea della pace come concordia ordinata, frutto di volontà che non si annullano ma convergono verso un bene comune. È una concezione lontanissima dalla semplice assenza di conflitto: implica un lavoro paziente sulle cause della discordia, sulle diseguaglianze, sulle paure, sulle memorie ferite e sulle strutture che rendono conveniente la guerra.
Oggi questo lavoro deve includere necessariamente la dimensione ecologica. Non è un’aggiunta sentimentale a un’agenda geopolitica già definita, ma un punto strutturale della pace. La competizione per l’acqua, le terre coltivabili, le risorse energetiche e le materie prime strategiche alimenta instabilità e conflitti; la devastazione bellica compromette per decenni territori, economie e salute delle popolazioni. La guerra contro gli uomini è sempre, in qualche misura, guerra contro la casa comune. Per questo l’appello a “forgiare le spade in vomeri” assume oggi una pregnanza nuova: riconvertire risorse, tecnologie e intelligenze dalla distruzione alla cura, dalla militarizzazione alla sicurezza umana, dalla conquista al futuro condiviso.
La pace, in definitiva, non è debolezza. È la forma più alta della forza politica, perché richiede coraggio, memoria, capacità di rinunciare all’onnipotenza e volontà di riconoscere nell’altro non soltanto ciò che ci minaccia, ma ciò che ci obbliga. Richiede la pazienza di chi semina senza poter vedere subito il raccolto. È forse questa la più autentica cifra della diplomazia della Santa Sede: continuare a seminare parole di pace nel terreno spesso indurito della storia.
In un mondo che sembra tornato a credere che la guerra sia inevitabile e che il nemico possa essere definitivamente eliminato, Roma insiste su un’altra grammatica: dialogo senza ingenuità, giustizia senza vendetta, sicurezza senza dominio, memoria senza odio, riconciliazione senza oblio. È una grammatica esigente, talvolta scomoda, certamente non spettacolare. Ma è l’unica che possa impedire alle civiltà di precipitare nella convinzione tragica che la violenza sia il loro destino.
La pace non nasce quando tutti concordano. Nasce quando qualcuno, nel punto più oscuro del conflitto, si ostina a credere che l’umanità dell’altro non sia perduta. La diplomazia della Santa Sede vive precisamente di questa ostinazione: fragile come una parola, tenace come una promessa.

