di Luigi Capano

 Il lampo balena,/Le scintille piovono./Un solo batter di ciglia/E tu non hai veduto. Così poetava, agli albori del secondo millennio, il monaco zen Ekai, detto Mumon. Portiamo con noi, come un buon viatico augurale, questi versi laconici dall’elusivo retrogusto ermetico, nella preziosa mostra che ci accingiamo a visitare, ad un passo da Piazza Navona, cuore e polmone del barocco romano. Ci troviamo, per l’esattezza, nel settecentesco Palazzo Braschi, sede del Museo di Roma, dove è in corso – fino al 23 giugno - “Il mondo fluttuante. Ukiyoe. Visioni dal Giappone”, una grande mostra a cura di Rossella Menegazzo, orientalista e storica dell’arte. Siamo attorniati da oltre un centinaio di opere, sapientemente illuminate e accortamente disposte nelle numerose sale del piano nobile, tutte provenienti dal Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone di Genova e dalla collezione Vincenzo Ragusa del Museo delle Civiltà di Roma; ed ascrivibili al rinomato periodo Edo (1603-1868), uno dei più fecondi nella turbolenta storia giapponese. Ricordiamo che la città di Edo - l’attuale Tokyo – godette, in quei due secoli e mezzo a cui dette il nome e l’impronta, di una fioritura e di uno sviluppo straordinari, tanto da diventare, in breve tempo, la città più grande del mondo. Piatto forte e nota dominante della mostra, le raffinate silografie policrome del genere Ukiyo-e, letteralmente: “immagini del mondo fluttuante”.

Kitagawa Utumaro Saggio mensile della scuola di Tomimoto Buzendayu II 1790 silografia policroma. Courtesy of Museo dArte Orientale E. Chiossonex300Saggio mensile della scuola di Tomimoto Buzendayu II 1790 La felice metafora si deve al monaco scrittore Asai Ryōi che, in un celebre passo del suo libro più famoso, Ukiyo monogatari (racconti del mondo fluttuante, 1661), così si esprimeva: “Vivere momento per momento, volgersi interamente alla luna, alla neve, ai fiori di ciliegio ed alle foglie rosse degli aceri, cantare canzoni, bere sakè, consolarsi dimenticando la realtà, non preoccuparsi della miseria che ci sta di fronte, non farsi scoraggiare, essere come una zucca vuota che galleggia sulla corrente dell’acqua: questo io chiamo ukiyo”. Traluce, in queste parole coinvolgenti, il tema classico, caro alla dottrina buddhista, dell’impermanenza e dell’illusorietà del mondo fenomenico; l’esortazione alla pratica del non-attaccamento al continuo, ineluttabile avvicendarsi dei casi della vita, fausti o dolorosi che siano; l’attenzione consapevole al momento presente, l’unica realtà di cui possiamo esser certi; l’allusione ineffabile a qualcosa che permane al di là delle caleidoscopiche apparenze. Un secolo fa, rievocando una singolare esperienza occorsagli sub specie interioritatis, che gli fece Katsushika Hokusai Veduta del tramonto presso il ponte Ryōgoku dalla sponda del pontile di Honmaya 1830 1831 ca. silografia policroma.Courtesy of Museo dArte Orientale E. Chiossonex300Veduta del tramonto presso il ponte Ryōgoku dalla sponda del pontile di Honmaya 1830 1831 caintravedere l’immaterialità della realtà ordinaria, Arturo Reghini, filosofo e matematico, osservava che “Il tema melodico svolto dai violini richiama di solito tutta l’attenzione, ed il profondo accompagnamento dei violoncelli e del contrabbasso passa inavvertito. Forse, anche, è la monotonia di questa nota, bassa e profonda, che la sottrae alla percezione ordinaria”. Nelle sale del palazzo gentilizio, fluttuano dinanzi ai nostri occhi scene di vita cittadina e di vita intima, paesaggi naturali, studiate bellezze muliebri, feste popolari, spettacoli di giocoleria e di acrobazia, e poi ancora, le case da tè, i quartieri di piacere, il teatro kabuki. Grazie alle silografie di Katsushika Hokusai (1760-1849), di Kitagawa Utamaro (1753-1806), di Utagawa Hiroshige (1797-1858), e degli altri numerosi maestri dell’Ukiyo-e,  si rinnova a Roma quel miracolo di bellezza, scandita dal ritmo sapiente delle forme e dalla profusa sinfonia dei colori, che incantò, nell’Ottocento, i maestri dell’impressionismo e Van Gogh, dando vita a quella contagiosa tendenza estetica che fu detta japonisme. Catturano la nostra attenzione, in particolare, alcune stampe di Utagawa Kuniyoshi (1798- 1861) dal sorprendente impianto arcimboldesco e dall’altrettanto sorprendente rimando a certe diffuse illusioni gestaltiche. Vi si raffigurano sembianti umani resi caricaturali e grotteschi dall’intrico dei corpi di cui sono composti. Un gioco lambiccato e paziente che sembra disvelare, somaticamente, quella tribolazione interiore teatralizzata, con acume scientifico,  dal dramma pirandelliano.

                                                                                                Utagawa Kuniyoshi Una giovane che appare come unanziana donna 1847 ca. silografia policroma Courtesy of Museo dArte Orientale E. ChiossoneUna_giovane_che_appare_come_unanziana_donna_1847_ca

 

Utagawa Kuniyoshi Fa paura ma è veramente una buona persona 1847 ca. silografia policroma. Courtesy of Museo dArte Orientale E. ChiossoneFa paura ma è veramente una buona persona 1847 ca

 

Katsushika Hokusai La Grande Onda presso la costa di Kanagawa 1830 1832 ca. Silografia policroma. Courtesy of Museo dArte Orientale E. Chiossone 1Katsushika Hokusai, La Grande Onda presso la costa di Kanagawa, 1830-1832 ca.

 

 

 Utagawa Hiroshige Awa. I gorghi di Naruto 1855 silografia policroma. Courtesy of Museo dArte Orientale E. Chiossone x300Utagawa Hiroshige Awa. I gorghi di Naruto 1855

 

 

 

17-05-2024
Autore:  Luigi Capano
meridianoitalia.tv

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