di Caterina Boca

Frank è l’algoritmo utilizzato da Deliveroo per valutare e scegliere i rider ed è stato ritenuto discriminatorio da una recente sentenza del Tribunale di Bologna (RG 2949/2019). Sui Riders e sulla loro condizione lavorativa piuttosto precaria se ne parla da tempo. Siamo tutti indignati e preoccupati ma ammettiamolo: inizialmente li abbiamo guardati con curiosità e leggerezza, e col tempo ci abbiamo fatto anche l’abitudine, tanto che incontrarli per strada o utilizzare il loro servizio si è trasformato ben presto in normalità.

In bicicletta, in moto, in macchina o con il monopattino: i riders si spostano in città per trasportare il cibo che acquistiamo sempre più spesso ormai senza muoverci, e consumiamo da casa o in ufficio, contribuendo di fatto a consolidare un servizio che proprio durante questo anno di Pandemia ha cambiato notevolmente le nostre abitudini ed è cresciuto, seppure in maniera sproporzionata, accelerando la discussione intorno alla loro condizione lavorativa e umana, e con essa la necessità di individuare prima possibile una normativa adeguata che li tuteli e ne regolamenti le attività.

Ma quanti sono i riders? Non si conosce la reale portata del fenomeno ma si tratterebbe di un numero in continua variazione visto che in assenza di forme contrattuali specifiche, la loro condizione lavorativa appare instabile così che il parametro numerico è probabilmente il più incerto e ondivago tra tutti. Quello che sappiamo è che sono scarsamente tutelati, che lavorano moltissimo per paghe misere e che non conoscono il datore di lavoro. 

Li chiamiamo “Rapporti di lavoro” e presuppongono quindi una relazione, un rapporto tra individui, ma nel caso dei Riders, la figura del datore di lavoro cambia, anzi si smaterializza, per fare il posto all’ennesima atipicità, ad una nuova dimensione lavorativa. Ed è qui che entra in gioco Frank l’algoritmo.  Ma come può un algoritmo essere riconosciuto discriminatorio?

deliveroooÈ del Dipartimento di Studi Sociali e Politici dell’Università degli Studi di Milano, una delle prime ricerche effettuate in Europa nel 2019 su un campione significativo di quasi 250 riders milanesi, intervistati personalmente da 25 studenti dell’ateneo, nei loro “luoghi di lavoro” se così possono definirsi visto che, come la figura del datore anche quella del luogo di lavoro non è identificabile e riconducibile alle definizioni ordinarie. È uno studio interessante quello dell’Università degli Studi di Milano, perché mette in luce molte delle distorsioni di questo lavoro ma soprattutto come anche i lavoratori cd “riders” siano potenzialmente vittime di sfruttamento lavorativo. Quando parliamo di sfruttamento lavorativo il pensiero va al lavoro nei campi o in edilizia.  Anzi, possiamo dire che dal racconto che spesso se ne fa, sembrerebbe che l’unico settore interessato dallo sfruttamento lavorativo, dalla presenza dei famigerati Caporali e dal lavoro nero, sia solo quello dell’agricoltura. Non è così, anche se le caratteristiche sono diverse.

L’articolo 603 bis del codice penale, introdotto dalla legge 199/2016 sull’Intermediazione illecita e sullo sfruttamento del lavoro, dispone che venga punito con la reclusione chiunque recluta manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi e chiunque utilizza, assume o impiega manodopera, anche mediante l'attività di intermediazione, ponendo i lavoratori in condizioni di sfruttamento e approfittando dello stato di bisogno. Non si parla di lavoro in agricoltura questo è certo, tantomeno si fa riferimento ai lavoratori stranieri. Qualsiasi settore lavorativo potrebbe essere interessato quindi. Certo, il lavoro del rider è ancora difficilmente collocabile, ma le condizioni e le modalità di lavoro che vengono denunciate dai riders ci riportano alle stesse ambiguità e storture che da anni raccontiamo quando si parla di sfruttamento lavorativo in agricoltura o in edilizia.

E’ qui torna Frank. Nella ricerca dell’Università di Milano colpisce un dato. Inizialmente tra le fila dei riders si contava la presenza di molti studenti universitari ed una lettura superficiale del racconto potrebbe ricondurre il lavoro del rider ad uno dei tanti “lavoretti” che si fanno per guadagnare qualche euro in maniera poco impegnativa e continuare a studiare.

Nel tempo lo scenario è cambiato, gradualmente ma in maniera significativa. È chiaro che la crisi di questi ultimi mesi ha obbligato un numero crescente di persone a scegliere di praticare il lavoro del rider anche se poco remunerato e riconosciuto, per riuscire a garantirsi da vivere, ma questo non deve distogliere l’attenzione da un aspetto interessante. Il profilo dei riders era già cambiato da tempo, ancora prima che si delineasse la crisi sanitaria e con essa quella sociale ed economica, ed allo studente/riders ben presto si era già avvicendato un profilo di lavoratore rider con altre caratteristiche e per questo ritenuto più affidabile. A consentire di operare questa virata è stato proprio l’algoritmo.

Che cosa fa Frank? Premia chi è puntuale ed apprezzato dai clienti certo, ma anche chi è sempre disponibile, chi non ha preferenze di orari, chi è disposto ad effettuare corse in ogni momento del giorno e della notte e che quindi non ha altri impegni personali, familiari e lavorativi. Cosa che probabilmente uno studente universitario non potrebbe permettersi. Un lavoro che diventa ben presto incompatibile con altre attività anche personali, perché assorbe la quasi totalità delle proprie giornate. Chi vorrebbe svolgere il lavoro in maniera più flessibile viene “chiamato” poche volte, ed al suo posto viene preferito (“premiato”) chi si dimostra più disponibile. Sempre secondo la Ricerca, il 29% degli intervistati è impegnato per più di 50 ore alla settimana, il 25% tra le 40 e le 50.  E così accade che il rider “che aderisca ad uno sciopero, e dunque non cancelli almeno 24 ore prima del suo inizio la sessione prenotata, può quindi subire un trattamento discriminatorio, giacché rischia di veder peggiorare le sue statistiche e di perdere la posizione eventualmente ricoperta nel gruppo prioritario, con i relativi vantaggi”, così come accade per altre cause legittime come la malattia, le esigenze legate alla cura di figli minori ad esempio. Sono tutti casi in cui il rider si vedrà penalizzata la propria posizione, indipendentemente dalla giustificazione della sua condotta “e ciò per la semplice motivazione, espressamente riconosciuta da Deliveroo, che la piattaforma non conosce e non vuole conoscere i motivi per cui il rider cancella la sua prenotazione o non partecipa ad una sessione prenotata e non cancellata” come riporta la sentenza del Tribunale di Bologna.

Se non fosse un algoritmo sembrerebbe un caporale. Le storie dei lavoratori legati all’intermediazione illecita dei caporali in agricoltura o in edilizia in fondo si sviluppano così. La vittima di sfruttamento è spesso legata al caporale a doppio mandato. Rispondere sempre ad una chiamata ed essere in ogni momento disponibili, avere un comportamento servile, pagare il prezzo pattuito per il lavoro, il trasporto, il cibo e accettare qualsiasi condizione di lavoro è fondamentale per garantirsi il lavoro. Non ci si può permettere di essere malati o di prendersi qualche ora per una visita medica perché questo potrebbe renderlo meno affidabile. La vittima di sfruttamento spesso fa fatica a distinguere tra la rete di sfruttamento e la rete di sostegno visto che la sua vita ruota intorno a quella di chi esercita su di lui il controllo, lì dove il caporale ha interesse che lo stato di dipendenza della vittima sia costante perché da questo dipende il suo guadagno, il suo business.

Il percorso è ancora lungo anche dal punto di vista normativo. Con il decreto-legge 101/2019 convertito dalla legge n. 128/2019, sono state attuate delle modifiche al D.lgs. 81/2015, individuando così alcune tutele seppur minime a favore di tutti lavoratori della cd “gig economy”. Ma non è sufficiente e ne è la dimostrazione il proliferare di sentenze in molti tribunali italiani, spesso anche contraddittorie tra loro.  Basti pensare al tribunale di Firenze che di recente ha respinto le richieste presentate da Nidil-Cgil, Filt-Cgil e Filcams-Cgil nei confronti di Deliveroo Italia, stabilendo che i rider “sono lavoratori autonomi perché possono decidere se e quando lavorare, senza doversi giustificare”.

In conclusione, è evidente come anche le posizioni giurisprudenziali divergenti siano dovute alla mancanza di disposizioni chiare sul riconoscimento di questa nuova categoria di lavoratori e dei modelli economici generatori. Sviluppare una normativa adeguata anche in questo settore è un punto nodale di un ragionamento più ampio: concorre all’obiettivo di perseguire i principi basilari della convivenza civile e del rispetto delle persone e dei loro diritti ma rappresenta al contempo un’opportunità di crescita della società tutta. Nuovi scenari economici e lavorativi ci attendono e la gig economy ne è la dimostrazione sotto ogni punto di vista: occorrerà rispondere sempre più velocemente alle sollecitazioni che questo mondo interconnesso ci presenta ma con strumenti adeguati e nuovi, perché tutti possano essere messi nelle condizioni di non subirne le conseguenze ma di raccoglierne le opportunità.

17-03-2021
Autore: Caterina Boca
Avvocato
meridianoitalia.tv

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