di Gianpiero Ruggiero

La data del 9 marzo 2022 potrebbe essere ricordata come l’inizio di una nuova era economica. Dopo quasi 80 anni, oggi entrano in vigore i nuovi articoli 9 e 41 della Costituzione, certificando l’inserimento nella Carta della tutela ambientale, della ricchezza della vita, degli ecosistemi e degli altri viventi. La prospettiva è rafforzata da una rinnovata visione in cui l’iniziativa economica trova non più soltanto limiti sociali e umanitari, ma anche ambientali. Nell’articolo 9 si afferma che “La Repubblica (…) tutela l'ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell'interesse delle future generazioni” e che “la legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”. Nell’articolo 41 si afferma adesso che “L’iniziativa economica privata (…) non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, alla salute, all'ambiente” e che “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali”.

Da ora in poi sarà più chiaro a tutti che non potrà esistere alcuna economia se non ci sarà una biosfera sana a sostenerla e che è il capitale naturale a permettere il capitale economico e non viceversa. Una nuova visione si affaccia, aprendo la strada a un nuovo capitalismo contemporaneo in cui il modello di sviluppo non sarà più basato sulla crescita finanziaria perpetua a scapito del depauperamento delle risorse del pianeta. Una Costituzione green, potremmo dire, che guarda alla sostenibilità economica e apre la strada a un capitalismo più inclusivo.

 Una posizione ribadita anche nella decisione assunta dal presidente del Consiglio dei Ministri con la Direttiva del 7 dicembre 2021 denominata “Linee di indirizzo sull’azione del Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile (Cipess) per l’anno 2022″. Secondo il documento, entro la fine del 2022, gli investimenti pubblici dovranno garantire una coerenza delle politiche di investimento pubblico con gli obiettivi di sostenibilità assunti dall’Italia in sede internazionale ed europea, fra i quali sono citati l’Agenda Onu 2030, le Cop di Parigi e Glasgow e l’European Green Deal. Nelle sette pagine del provvedimento si stabilisce che le linee guida, oltre a dover essere allineate alla tassonomia, dovranno comprendere una relazione descrittiva e contenere un set di indicatori di sostenibilità. Con queste innovazioni, il governo dell’economia si complica? Probabilmente sì. Ma oggi i sistemi sono troppo complessi perché un solo approccio sia sufficiente. Abbiamo bisogno di un pensiero che generi biodiversità e connessioni, per facilitare comprensione, innovazione e arricchimento reciproco.

Bisogna superare le logiche di misurazione finanziaria, strettamente legate al mondo capitalistico, e considerare tra gli effetti generati la dimensione sociale e ambientale, relazionale e partecipativa.

In una manifestazione giovanile di qualche mese fa, di fronte alla Borsa di Milano, è stato esposto lo striscione "O la borsa o la vita". Un'intuizione geniale, che spinge a riflettere da che parte stare, segno di quanto sia forte l'inquietudine per le condizioni di salute del pianeta e per condizioni di lavoro inaccettabili per milioni di giovani. Un capitalismo che spinge sulla massimizzazione dei profitti per pochi, senza farsi carico di obiettivi esterni, come l’ambiente, le persone e le comunità, è un capitalismo tossico. Fortunatamente, l'economia e gli economisti mainstream in tutto il mondo stanno subendo sonore sconfitte. Questa rinnovata attenzione al mercato green e socialmente responsabile ha portato molti grandi fondi finanziari, in primis BlackRock, a cambiare direzione nelle loro strategie di investimento, privilegiando quelle aziende che rispettano il pianeta.  Il fondatore e chief executive officer del fondo, Larry Fink, nel 2018 aveva scosso Wall Street con la sua famosa lettera in cui chiedeva ai ceo delle aziende di chiarire quale fosse il loro scopo (purpose) e il contributo alla società. Nel 2019 aveva dichiarato che le imprese hanno innanzitutto una responsabilità sociale (di olivettiana memoria), oltre a quello di generare profitti, che includa quello di migliorare il pianeta e la società che gli sta intorno. Nel 2020 il manager è arrivato a minacciare di passare dalla retorica sui comportamenti virtuosi ai fatti, davanti ai rischi del cambiamento climatico sulle strategie di lungo periodo. E l’anno scorso ha rincarato la dose per spronare le imprese ad accelerare verso un’economia a zero emissioni nette. Sappiamo che nel 2021 molti fondi ESG hanno avuto il loro migliore anno. Insomma, investire con criteri socio-ambientali non fa male al portafogli. Anzi. Non sappiamo se il 2022 rallenterà o invertirà questa tendenza e quanto le tematiche ESG sapranno guidare le decisioni degli investitori. Ma una cosa sappiamo. Che adesso la sostenibilità sta investendo anche il mondo del lavoro.

‹‹Dove e come lavoriamo non sarà mai più lo stesso di prima››, è quanto ha scritto quest’anno Fink, chiedendo alle imprese di rispondere ai propri dipendenti. Significa pagare di più chi lavora, ma anche creare un ambiente migliore, che va oltre le questioni di retribuzione e flessibilità. D’altronde, milioni di lavoratori hanno capito che si vive una volta sola e l’uscita dalla pandemia sta mettendo le imprese davanti a una paradigma profondamente diverso da quello a cui siamo abituati.  Se c’è un punto di rottura nel “paradigma tecnocratico” che domina le economie occidentali, un ambito in cui gli esseri umani hanno bisogno di ricominciare a guardarsi in faccia, guardarsi dentro, trattarsi in modo umano, è il lavoro. Prima le aziende, per diminuire i costi ed essere competitivi, sceglievano la via di aumentare la pressione sul personale: si aspettavano che i lavoratori andassero in ufficio 5 giorni alla settimana; la salute mentale era raramente discussa sul posto di lavoro; i salari per quelli a masso e medio reddito crescevano a malapena.  Una funzionaria di banca, stimata e alle prese con un mestiere che le piace, per cui ha studiato e per il quale riceve un adeguato compenso sembra una di quei giovani che ha trovato il suo posto nel mondo del lavoro. Poi scopri che esce di casa alle 5 del mattino, rientra alle 20 e spesso, dopo cena, deve rimettere la testa sul lavoro. Inutile precisare che anche i ritmi in ufficio sono stressanti. Se questa può essere un’eccezione, non lo sono i giovani avvocati, gli architetti, i dipendenti di società di consulenza che lavorano fino alle 23 senza vedere l’ombra di uno straordinario pagato. Sembra che l’orario di lavoro debba estendersi, soprattutto per i giovani, in modo infinito riducendo al minimo il tempo per la vita personale e familiare.

Ma quel mondo è finito. Il fenomeno delle “grandi dimissioni” che la pandemia ha accelerato, dice che anche buoni stipendi, convenienti contratti e luminose prospettive di carriera, hanno in qualche modo impedito a tanti di vivere il lavoro come uno strumento di realizzazione personale, oltre che sociale. Per questo in milioni di persone, per scelta e non costrizione, si starebbe facendo strada il desiderio di lavorare meno, anche guadagnando meno, per vivere meglio. Gli economisti di scuola neo-liberista non riescono a capacitarsi del fatto che, mentre molti disoccupati cercano lavoro, molti occupati lo abbandonano. Nei loro calcoli i neo-liberisti tengono conto dei bisogni materiali degli esseri umani (cibo, sonno, prodotti, servizi) ma non mettono in conto le altre esigenze (libertà, introspezione, amicizia, amore, bellezza, gioco, convivialità). Persino in un paese come il nostro, con il 10% di disoccupati, ben 427.000 persone hanno lasciato il lavoro nel secondo trimestre del 2021 perché non ne potevano più. Come ha sostenuto il sociologo Domenico De Masi ‹‹a una agiata schiavitù hanno preferito una sobria libertà››.

Un altro segno della disumanizzazione del mondo economico finora prevalente è il rapporto tra reddito da lavoro e reddito da capitale, tema cha andrebbe meglio monitorato e comunicato. Gli studi mostrano che la disuguaglianza associata al reddito da lavoro dipendente è aumentata. Al contempo, la quota di reddito da capitale (cioè derivati da profitti, dividendi, interessi, affitti, plusvalenze) è cresciuta in molti Paesi ed è più elevata nella fascia dei più abbienti. Il filosofo politico Michael Sandel osserva che ‹‹più sono le cose che il denaro può comprare, meno occasioni ci sono perché persone provenienti da diverse esperienze di vita incontrino altre persone […]. La democrazia non richiede un’uguaglianza perfetta, ma richiede che i cittadini condividano una vita in comune››. La disuguaglianza, quando è spiccata e in crescita, minaccia il sentimento di identità e cammino condivisi, intacca la fiducia, che è il fondamentale collante della società.

Non sappiamo se sia arrivato il momento propizio per dare una spallata definitiva al sistema capitalistico e a tutte le sue logiche perverse, ma sicuramente è ora il momento di introdurre alcuni elementi che possano suggerire modi diversi di intendere l’intrapresa economica e il guadagno, perché è sempre più chiaro che l’economia non prospererà se non prospereranno le persone e il pianeta.

08-03-2022
Autore: Gianpiero Ruggiero
Esperto del CNR in processi di organizzazione e innovazione
meridianoitalia.tv

Questo sito utilizza cookie tecnici, google analytics e di terze parti. Proseguendo nella navigazione accetti l’utilizzo dei cookie. Se rifiuterai, nel tuo pieno diritto secondo la norma GDRP, la tua navigazione continuerà all'esterno del sito, Buon Navigazione Meridianoitalia.tv