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di Fausta Speranza

A oltre 50 anni dalla guerra dei sei giorni, la questione israelo-palestinese si presenta più che mai in un inquietante limbo. Nove anni di conflitto in Siria hanno avuto l'effetto di oscurarla, ma anche di aprire spazi di potere nell’area a varie potenze regionali e non. E' stallo politico all'interno di Israele così come nella realtà palestinese, ma, a ben guardare, a preoccupare di più è lo stallo del diritto internazionale.

 Il 10 giugno del 1967 si concludeva la cosiddetta guerra dei sei giorni, che nel mondo arabo viene ricordata come “al-Naksa”, cioè la sconfitta. Un conflitto – nell'ambito dei vari drammatici confronti  arabo-israeliani - combattuto tra Israele, da una parte, ed Egitto, Siria e Giordania, dall'altra. Tel Aviv ha conquistato la Penisola del Sinai e la Striscia di Gaza all'Egitto; la Cisgiordania e Gerusalemme Est alla Giordania; le alture del Golan alla Siria. Oltre a determinare la condizione giuridica dei cosiddetti territori occupati, con il relativo problema dei rifugiati palestinesi, che ancora influenza la situazione geopolitica del Vicino Oriente, la guerra dei sei giorni ha segnato, potremmo dire, confini e assetto psicologico dell'area, tra chi ha registrato una schiacciante vittoria e chi si è sentito vittima. Ma a tutt'oggi non si vedono veri vincitori.

Israele, dopo tre elezioni in meno di un anno, ha un governo in cui Benjamin Netanyahu si deve alternare alla guida con Benny Gantz. Si tratta di un esecutivo di emergenza per far fronte alla pandemia e certamente non è in grado di far riprendere i negoziati di pace che languono ormai da anni. Il suo interlocutore, Mahmoud Abu MazenAbu MazenAbbas, ormai noto con il nome di battaglia Abu Mazen, è stato eletto Presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese (Anp) nel 2005. A gennaio 2013, l'Anp è stata formalmente assorbita dal proclamato Stato di Palestina. Senza alcun ritorno alle urne da allora, è diventato Presidente della Palestina e dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina. A rendere debole la sua leadership non c'è solo il dato anagrafico - ha 85 anni - ma il continuo braccio di ferro con Hamas al potere nella Striscia di Gaza.

Questo è il quadro dello stallo politico all'interno di ognuno dei due fronti. E’ uno dei fattori che determina anche la paralisi del processo di pace, che in sostanza si è fermato al tentativo degli Accordi di Oslo nel 2000. Nel frattempo, i nove anni di conflitto in Siria, con la drammatica parentesi del sedicente Stato islamico (Is) a cavallo del territorio iracheno, hanno avuto l'effetto di spostare i riflettori della politica e dei media. Il coronavirus è arrivato a finire di “congelare” il conflitto irrisolto.

Il punto è che dobbiamo prendere atto di uno stallo anche del diritto internazionale. Il pensiero va a due dei “puntelli” che la comunità internazionale ha posto, o ha tentato di porre, nel pluridecennale cammino della questione mediorientale. Citiamo per prima la Risoluzione 242 che risale al 1967: precisamente è stata votata il 22 novembre, cinque mesi dopo la guerra dei sei giorni da cui siamo partiti. Si tratta di un pronunciamento delicato e complesso che in questa sede ci interessa riassumere nel principio di base: si chiede che la parte araba riconosca lo Stato di Israele impegnandosi a rispettarne la sicurezza, mentre Israele è chiamato a restituire alcuni dei territori occupati proprio nelle operazioni di quei sei giorni di giugno. Ma questa Risoluzione va riletta anche alla luce di quella del 1947, precisamente la 181/2, in cui si riconosceva la spartizione e la nascita di due Stati, uno ebraico e uno arabo vicini, nella parte occidentale della Palestina storica, e la formazione di una confederazione economica. Lo stesso processo di Oslo si è basato fondamentalmente su tale principio di “due popoli due Stati” ma, pur portando molto vicino a un accordo di pace, è rimasto incompiuto. Questo principio nei fatti impatta con tanti complessi risvolti, basti pensare alla questione della cittadinanza dei profughi palestinesi o a quella dei palestinesi residenti in Israele o allo status di Gerusalemme. 

In ogni caso, nonostante tutto, il 29 novembre del 2012 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha riconosciuto lo Stato di Palestina. Questa decisione resta l’unica vera novità. Ma resta da ricomporre tutto il quadro intorno. E nello scenario regionale pesa il conflitto in Siria. Nell'epilogo, che si vive in questa fase nella provincia nordoccidentale di Idlib all'insegna di una tragica crisi umanitaria, potenze regionali come Iran e Turchia e di rilievo internazionale come la Russia, dopo essere state alleate di Damasco contro l'Is e aver preso congiuntamente le decisioni ai colloqui di Astana, si stanno confrontando a colpi di espansionismo nazionalistico, non certo sotto il segno dei principi del diritto internazionale. Non sono risvolti che possano ben contribuire al riassetto di equilibri geopolitici in tutta l'area.

Anche per questo, dopo l'allarme pandemia, arrivato come un inquietante spartiacque della storia mondiale, bisognerà riaccendere i riflettori sulla questione mediorientale. I Paesi dell'Ue, in particolare quelli della sponda del Mediterraneo con l'Italia in testa, non possono più permettersi di lasciare languire un conflitto così latente e così penoso o di tollerare che la logica dell'espansionismo nazionalistico di altri Paesi si esprima senza freni in Siria come in Libia, forte dell'esempio proprio della impermeabilità, per un verso, e della viscosità, per un altro, del conflitto israelo-palestinese. Dagli Stati Uniti è arrivata, a inizio anno, la proposta dell'Amministrazione Trump, che ha suscitato accese reazioni da più parti, in particolare per l'ipotesi di Gerusalemme capitale di Israele, ma che è stata osteggiata anche dagli stessi coloni israeliani di Cisgiordania per le implicazioni su questo territorio. La parola deve tornare all'Europa e l'Italia deve far sentire la sua voce.

08-06-2020
Autore: Fausta Speranza
Giornalista e Scrittrice
meridianoitalia.tv

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