di Elena Toselli
Il 25 settembre 2020 - a quasi trenta anni dagli storici Accordi di Oslo tra Yitzhak Rabin, Bill Clinton e Yasser Arafat per il riconoscimento reciproco tra l’OLP e lo Stato di Israele - il Presidente USA Donald Trump, il premier israeliano Benjamin Netanyahu e i Ministri degli esteri emiratino Abdullah bin Zayed Al Nahyan e bahreinita Khalid bin Ahmed bin Mohammed Al Khalifa hanno firmato la Dichiarazione degli Accordi di Abramo e compiuto uno straordinario passo verso la distensione delle tensioni nell’area medio-orientale.
La firma degli Accordi ha ufficializzato la stretta collaborazione esistente da decenni tra gli EAU e Israele, alleati strategici fin dagli anni ’90 nel campo militare e dell’intelligence, ha reso gli Emirati il terzo Paese islamico protagonista, dopo Egitto (1979) e Giordania (1994), di un percorso di pace con Israele e, soprattutto, ha impresso un radicale cambiamento nelle relazioni tra il mondo musulmano sunnita e Israele.

Gli Accordi, infatti, sanciscono la pace quale unica priorità e solo assetto idoneo a favorire la prosperità, la sicurezza e il benessere del Medio Oriente e subordinano il suo perseguimento al dialogo interconfessionale e interculturale nonché alla tutela della dignità umana, a prescindere da razza, fede ed etnia di appartenenza.
Come intuibile, la firma degli Accordi ha suscitato vibranti reazioni opposte:
- da un lato, il plauso dell’ONU, delle nazioni europee, dei leader sunniti accomunati dall'opposizione all'asse sciita e della Lega Araba, che ha, persino, rifiutato di appoggiare una bozza di risoluzione palestinese di condanna degli Emirati.
- dall’altro, la ferma opposizione di Iran e Turchia, che hanno parlato di “tradimento” e l’indignazione di vaste aree dell’opinione pubblica musulmana, in primis del popolo palestinese che accusa i leader del Golfo di anteporre gli interessi economici e militari alla priorità che da sempre condiziona la normalizzazione delle relazioni diplomatiche con Israele ovvero la nascita di uno Stato nei confini del 1967 con capitale a Gerusalemme Est.
Conclusione condivisa anche dagli analisti internazionali convinti che, in queste condizioni e salvo una repentina escalation delle ostilità, difficilmente la questione palestinese si affaccerà con la forza del passato alla ribalta internazionale.
Nello scacchiere globale gli Accordi siglati rappresentano una netta vittoria dell’Amministrazione Trump: a livello nazionale, il tycoon onora la promessa fatta ai suoi elettori di allentare il coinvolgimento statunitense nelle missioni internazionali (in linea con quanto già avvenuto in Afghanistan e con i ritiri annunciati dei contingenti USA da Iraq e Siria); a livello internazionale gli USA recuperano notevole prestigio, soprattutto verso Russia e Cina.
Gli Stati Uniti, infatti, possono proclamarsi i veri artefici del nuovo processo di pace e ampliare indirettamente e senza aggravio né economico né bellico la sfera di influenza nell’area cruciale del Golfo: il Trattato Israele – Emirati, al par. 7, prevede proprio lo sviluppo di un’agenda strategica per il Medio Oriente, condivisa con gli USA; agenda che potrebbe a breve interessare anche Oman, Sudan, Kuwait, Marocco e, soprattutto, Arabia Saudita.
Quest’ultima, in realtà, non ha ancora manifestato una chiara volontà - Bin Salman, principe ereditario, non nasconde il favore alla distensione dei rapporti con Israele, ma Abdullaziz Al Saud, l’84enne Capo dello Stato, appartiene a una generazione troppo coinvolta nella questione palestinese – tuttavia, la concessione dello spazio aereo del Regno ai voli diplomatici israeliani ed emiratini di agosto, poi estensa ai voli comuni, è un’apertura storica.

Gli accordi siglati spostano, dunque, il baricentro del Medio Oriente verso il Golfo, sanciscono il ridimensionamento della questione palestinese nell’agenda internazionale e offrono un volano straordinario agli scambi turistici e commerciali nella Regione.
Per quanto riguarda, tuttavia, il loro effettivo impatto sugli equilibri regionali non si può tacere il timore che essi origino un inasprimento delle posizioni tra l’asse sunnita e i Paesi filo-iraniani - in primis, il Qatar, reduce da anni di embargo dei vicini Paesi del Golfo per la sua vicinanza a Teheran, e la Turchia - pregiudicando, paradossalmente, il processo di pace e la normalizzazione dei rapporti con Israele e aumentando l’instabilità politica dell’intera area. Ai posteri, dunque, l’ardua sentenza!

27-10-2020
Autore: Elena Toselli
Esperta di economia islamica ed ebraica e autrice dei libri "Le diversità convergenti" (2015), "Kosher, halal, bio - regole e mercati" (2018) e "Il piccolo galateo islamico" (2020).
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