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Delfina Licata

È tempo per l’Italia e gli italiani di scegliere che tipo di società essere e come contraddistinguerci come popolazione europea. Che tipo di persone essere in un mondo in cui la mobilità sarà sempre più presente coinvolgendo gli stessi italiani come e più di ieri, come e più di oggi. Dal 2006 al 2019 la mobilità italiana è aumentata del +70,2% passando, in valore assoluto, da poco più di 3,1 milioni di iscritti all’AIRE a quasi 5,3 milioni. Su un totale di oltre 60 milioni di cittadini residenti in Italia a gennaio 2019, alla stessa data l’8,8% è residente all’estero. Da gennaio a dicembre 2018 si sono registrati fuori dei confini nazionali per espatrio 128.583 italiani.


Quanti sono gli italiani nel mondo? È questa una delle domande più ricorrenti alla quale è talmente tanto difficile rispondere che, nell’ormai lontano 2006, è nato il Rapporto Italiani nel Mondo. L’edizione di 15 anni fa non riuscì a rispondere a questo interrogativo e nacque tra i ricercatori l’esigenza di uno studio continuativo nel tempo, di un annuario che proseguì tra i lavori della Fondazione Migrantes, organismo pastorale della Conferenza Episcopale Italiana. Dal 2006 al 2019 la mobilità italiana è aumentata del +70,2% passando, in valore assoluto, da poco più di 3,1 milioni di iscritti all’AIRE a quasi 5,3 milioni. Su un totale di oltre 60 milioni di cittadini residenti in Italia a gennaio 2019, alla stessa data l’8,8% è residente all’estero. Da gennaio a dicembre 2018 si sono registrati fuori dei confini nazionali per espatrio 128.583 italiani, quasi il 45% donne. L’attuale mobilità italiana continua a interessare prevalentemente i giovani (1834 anni, 40,6%) e i giovani adulti (35-49 anni, 24,3%). Si tratta soprattutto di single o di nuclei familiari giovani, donne e uomini spesso non uniti in matrimonio ma con figli: i minori sono infatti il 20,2% degli oltre 128 mila ovvero quasi 26 mila. L’età di chi è partito nell’ultimo anno dall’Italia verso l’estero si è notevolmente abbassata. L’inesorabile “vuoto” demografico che si sta creando e che difficilmente potrà trovare soluzioni facilmente adottabili è iniziato nel lontano 1995 quando la popolazione italiana ha cominciato a decrescere, complice un tasso di natalità già in declino e che oggi viene considerato il più basso al mondo al punto tale che il nostro Paese è caduto nell’inverno demografico. L’Italia è il paese più longevo d’Europa con 14.456 centenari residenti all’inizio del 2019 di cui l’84% donne. Con un’età media di 45,4 anni, una diminuzione di 128 mila nascite dal 2008, un indice di vecchiaia (rapporto tra anziani 65+ e giovani <15 anni) pari a 172,9, oltre 90 mila residenti in meno in un anno. A tutto ciò si uniscono la bassa crescita economica, la formazione e l’istruzione inadeguate al livello europeo e internazionale di innovazione e di competitività e un lieve miglioramento dei dati sulla occupazione e sulla disoccupazione per tutte le classi di età. Il tasso di inattività mostra, invece, andamenti diversificati: cala tra i 15-24enni e i 50+, aumenta nelle classi di età centrali. L’incrocio degli ultimi dati Eurostat e di quelli dell’ISTAT parlano di oltre 3 milioni di NEET (giovani che non studiano, non lavorano, né cercano una occupazione) in Italia, un triste primato dei giovani italiani tra i 20 e i 34 anni la cui incidenza è del 28,9% su una media europea del 16,5% e del 17,2% nell’Eurozona. Bisogna considerare i dati presentati il punto dal quale ripartire per modellare percorsi operativi che è ancora possibile intraprendere nonostante il grave ritardo accumulato. La demografia non è un destino ineluttabile, ma è indubbio che l’Italia stia vivendo da tempo un “malessere demografico” che è possibile fronteggiare e da cui è possibile guarire scegliendo la cura adeguata, avendo una pazienza certosina e la lungimiranza di pensare che il tanto lavoro fatto non darà probabilmente risultati godibili da chi c’è oggi, ma piuttosto da chi ci sarà domani e che si troverà a vivere, speriamo, tempi meno tesi e con malesseri meno evidenti. Per questo è arrivato il tempo delle scelte: scegliere che tipo di mobilità vogliamo come popolo e paese, che tipo di società vogliamo costruire e che tipo di persone vogliamo essere. Il 71,2% degli iscritti in AIRE per solo espatrio da gennaio a dicembre 2018 è in Europa e il 21,5% in America (il 14,2% in America Latina). Sono ben 195 le mete di destinazione verso le quali si sono diretti gli oltre 128 mila connazionali partiti nel corso del 2018. Torna il protagonismo del Regno Unito che, con oltre 20 mila iscrizioni, risulta essere la prima meta prescelta nell’ultimo anno (+11,1% rispetto all’anno precedente). Considerando però i numeri contraddittori sulla reale presenza di italiani sul suolo inglese si può pensare che molte di queste iscrizioni siano, probabilmente, delle “regolarizzazioni” di presenze già da tempo in essere, “emersioni” fortemente sollecitate anche dalla Brexit che ha provocato molta confusione nei residenti stranieri nel Regno Unito e a Londra in particolare, e continua tuttora a
disturbare il sonno degli innumerevoli lavoratori di origine straniera impegnati nei diversi settori occupazionali. Al secondo posto, con 18.385 connazionali vi è la Germania (-8,1%). A seguire la Francia (14.016), il Brasile (11.663) la Svizzera (10.265), la Spagna (7.529). Le partenze nell’ultimo anno hanno riguardato 107 province italiane. Le prime dieci, nell’ordine, sono: Roma, Milano, Napoli, Treviso, Brescia, Palermo, Vicenza, Catania, Bergamo e Cosenza. Si va, cioè, dal Nord al Centro, al Sud e alle Isole a riprova, ancora una volta, come sia tutto il tessuto italiano ad essere interessato attualmente dalla mobilità. Con 22.803 partenze continua il solido “primato” della Lombardia, la regione da cui partono più italiani, seguita dal Veneto (13.329), dalla Sicilia (12.127), dal Lazio (10.171) e dal Piemonte (9.702). Continua, anzi si amplia, stando alla descrizione fatta finora, la dispersione del grande patrimonio umano giovanile italiano. Capacità e competenze che, invece di essere impegnate al progresso e all’innovazione del Belpaese, vengono disperse a favore di altre realtà nazionali che, più lungimiranti dell’Italia, le attirano a sé, investono su di esse e le rendono fruttuose al meglio trasformandole in protagoniste dei processi di crescita e di miglioramento. Questo clima di fiducia rende i giovani (e i giovani adulti) expat italiani sempre più affezionati alle realtà estere che, al contrario di quanto fa la loro Patria, li valorizzano sostenendo le loro idee e assecondando le loro passioni. I ritorni, quindi, si allontanano sempre più in un momento in cui l’Italia avrebbe, al contrario, fortemente e urgentemente bisogno dell’arrivo di numerosi protagonisti da impegnare per il superamento dell’inverno demografico in cui è avviluppata da tempo e da coinvolgere attivamente per la sua rinascita culturale, economica e sociale. In altri contesti internazionali le esperienze di formazione e di lavoro in altri Stati vengono salutate positivamente salvo poi considerare più che necessario ri-attirare quei professionisti che hanno arricchito il loro bagaglio – umano, culturale, linguistico e professionale – dell’esperienza realizzata fuori dei confini nazionali. In Italia questo non avviene: la mobilità resta unidirezionale, un processo monco, imperfetto che necessita urgentemente di essere trasformato in circolare. Dopo aver dedicato le ultime edizioni ai territori di partenza, alle città di approdo, ai principali paesi di destinazione della neo-mobilità giovanile italiana, il Rapporto Italiani nel Mondo 2019 si interroga e riflette sulla percezione e la conseguente creazione di stereotipi e pregiudizi che hanno accompagnato il migrante italiano nel tempo e in ogni luogo. Si tratta di una annualità dove il fare memoria di sé diventa occasione per meglio comprendere chi siamo oggi e chi vogliamo essere. Risvegliare il ricordo di un passato ingiusto non per avere una rivalsa sui migranti di oggi che abitano strutturalmente i nostri territori o arrivano sulle nostre coste, ma per ravvivare la responsabilità di essere sempre dalla parte giusta come uomini e donne innanzitutto, nel rispetto di quel diritto alla vita che è intrinsecamente, profondamente, indubbiamente laico. Siamo dunque chiamati prima di tutto come persone, ma anche come professionisti, studiosi, impegnati a vario titolo nella società a scegliere non solo da che parte stare, ma anche che tipo di persone vogliamo essere e in che tipo di società vogliamo vivere noi e far vivere i nostri figli, le nuove generazioni. Lo Speciale del Rapporto 2019, Quando brutti sporchi e cattivi erano gli italiani, ci obbliga a ripensare a quando eravamo noi oggetto di hate speech alla luce dell’Italia di oggi fa un certo effetto. Significa guardarsi allo specchio e ritrovarsi con il volto di un altro (albanese, algerino, nigeriano, cinese, ecc.) ma provare lo stesso sgomento, la stessa sofferenza, lo stesso desiderio di riscatto. La lunga disamina realizzata per contesti geografici e temi portanti, fatta di momenti di cesura, di avversione, ma allo stesso tempo di accettazione e apprezzamento, ci consegna una lezione valevole per tutti i paesi e i contesti territoriali, che è quella della necessità di affrontare la questione della convivenza tra persone con tutti gli strumenti possibili, economici, culturali e sociali affinché si abbia sempre la forza della memoria. Occorre avere il coraggio e la tenacia di ricordare che nulla è avvenuto per caso e che la convivenza e la comprensione vanno alimentate quotidianamente con l’esempio e con la storia. È tempo per l’Italia e gli italiani di scegliere che tipo di società essere e come contraddistinguerci come popolazione europea. Che tipo di persone essere in un mondo in cui la mobilità sarà sempre più presente coinvolgendo gli stessi italiani come e più di ieri, come e più di oggi. 

 

 

 

23-03-2020
Autore: Delfina Licata
curatrice Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes
meridianoitalia.tv

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