Maurizio Gentilini 

La festa nazionale del 25 aprile nasce ufficialmente con la Legge numero 260 del 27 maggio 1949, presentata dal V governo De Gasperi, che stabilisce il giorno festivo ricordato come «Anniversario della Liberazione». Una ricorrenza - a 75 anni da quegli eventi - che mai come quest'anno potrà essere riletta e rimeditata in chiave di unità nazionale e di recupero della memoria civile.

Ogni Paese ha i suoi “fatti costitutivi”: pensiamo alla festa nazionale del 14 luglio per la Francia, anniversario della presa della Bastiglia nel 1789, e al 4 luglio per gli Stati Uniti d’America, che commemora l’adozione della Dichiarazione d’Indipendenza nel 1776. Il 25 Aprile 1945 ricorda la liberazione dell’Italia dalla dittatura e la sconfitta delle forze nazifasciste da parte degli Alleati e delle forze della Resistenza. E’ una data che segna il recupero di una coscienza civile che la società italiana aveva smarrito, che ci assegna una identità nazionale e che deve essere considerata la radice fondativa delle istituzioni democratiche. E' una radice popolare, di uguaglianza e di riscatto civile, che ha origine nella lotta di liberazione. Perciò deve essere prima di tutto la festa di tutti gli Italiani.
Fin dall’antichità le feste avevano il senso della liberazione, della gioia collettiva, dell’incontro con l’altro. Le feste civili sono rievocazioni dell'appartenenza sociale, hanno il senso della “memoria” e della “moralità”, caratteristiche indispensabili per sentirsi parte della vita e del mondo. E ci ricordano ciò che gli Altri – nel corso della storia - hanno fatto per noi, per non cedere all’oblio e alla superficialità. E poi, tutte le feste hanno un carattere inclusivo, unitivo.
La Resistenza fu un'esperienza collettiva fatta da tante persone di origine diversa, di storia diversa, di formazione politica diversa o a volte assente. Gli obiettivi erano due: liberare l'Italia dall'occupante tedesco e dal regime fascista e creare un paese libero e democratico dopo 20 anni di dittatura. Dall'impegno di quei tanti - di quel mosaico di esperienze e provenienze, unite in un “idem sentire” - è maturata la consapevolezza che dopo la guerra ha portato a scrivere la Costituzione della Repubblica Italiana.
La Resistenza riunì nella medesima lotta persone, esperienze e classi sociali diverse: Nord e Sud d’Italia; uomini e donne; militanti di varie idee politiche e di varie forze, accomunati dal desiderio di libertà e dalla lotta ai totalitarismi; ufficiali e soldati delle Forze Armate italiane, che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 scelsero di non arrendersi alle forze naziste e di non combattere per la Repubblica di Salò guidata da Mussolini.
La Resistenza fu anche un fenomeno europeo (e quindi alla base dell’idea di Europa unita, dopo l’epoca tragica del trionfo dei nazionalismi). Pensiamo a tutti gli esiliati politici (dai fratelli Rosselli a don Sturzo, da Parri a Turati, da Pertini a Donati…) rifugiati in vari paesi d’Europa a partire dagli anni ’30, che prepararono la rinascita morale e democratica del paese. Anche questa “geografia degli esili” ha fatto nascere l’idea di Europa, così come molti intellettuali e politici antifascisti (pensiamo ai padri De Gasperi, Adenauer, Schuman, Monnet, Spinelli), nel dopoguerra, contribuirono alla creazione delle prime istituzioni europee.
Tra i vari aspetti che caratterizzarono la Resistenza italiana, vanno ricordati anche i contributi fondamentali che fornì la lotta non armata, quella che viene definita “resistenza morale”: gli scioperi operai nelle grandi fabbriche del nord; la cosiddetta “via dei conventi e delle canoniche”, con i preti, i religiosi e i laici impegnati a nascondere e ad aiutare partigiani, ebrei perseguitati, rifugiati e soldati alleati; tutti coloro che dopo la guerra non chiesero il riconoscimento formale di partigiano, ma senza l’aiuto dei quali i partigiani combattenti non avrebbero potuto svolgere la loro battaglia.
Una lettura di questo genere trova conferma nella tesi di Norberto Bobbio: La Resistenza è stata anche un “momento imperfetto”, che può e deve cercare la sua compiutezza nella democrazia e attraverso la Costituzione. Del 25 aprile, si recupera così il valore morale, politico e sociale. Ha prodotto una Costituzione che ha trovato il proprio minimo comune denominatore nell’antifascismo, ha saputo contemperare le esigenze di libertà e giustizia di ogni uomo e ha ribadito la centralità del lavoro. Citando Sandro Pertini “non ci può essere vera libertà senza giustizia sociale e viceversa”.
Se si muove da questi punti fermi, dobbiamo essere contrari ad ogni rivendicazione “proprietaria” del 25 aprile, da parte di qualsiasi parte politica. E inoltre, si deve evitare l’errore di parlare del 25 aprile e della Resistenza senza dire la verità. Ad esempio che ci fu anche – secondo la definizione di Claudio Pavone - una guerra civile tra chi aderì alla repubblica di Salò e chi scelse la lotta per la democrazia, o che dopo la Liberazione si verificarono vendette terribili, tra le diverse fazioni politiche o per odio verso la religione o le singole persone. Si deve avere il coraggio di investigare con occhio e metodo critico su altri fatti, che in passato sono stati giudicati come tragedie o errori politici (via Rasella e le Fosse Ardeatine, la strage di Porzûs, il cosiddetto Triangolo della morte, le vendette private). Così come dobbiamo riscoprire altri fatti e attori della Resistenza: pensiamo agli internati militari, ai carabinieri, ai ferrovieri, agli operai, alla brigata ebraica, ai tanti “eroi feriali”.
Dobbiamo sforzarci nel fare sintesi, nell’evitare letture retrospettive, ma piuttosto stimolare il confronto critico, educare alla partecipazione democratica e alla cittadinanza attiva, usare linguaggi nuovi, per raggiungere le giovani generazioni.
Dobbiamo mettere la verità al riparo della ragione piuttosto che dell'odio, dell'ideologia, della retorica o dell'indifferenza, che sono componenti volatili e tossiche della storia. Conviene sempre aver presente il monito di Primo Levi: «Meditate che questo è stato». Più che una frase è un’epigrafe, che riflette tutto il valore e l'importanza della memoria. Non solo affinché ciò che è stato non si ripeta, ma anche e soprattutto perché l'impossibilità della rassegnazione all'orrore e alla sua realtà continui a restare custodita nel tempo da chi sopravvive.

19-04-2020
Autore: Maurizio Gentilini
- Segretario dell'Associazione Nazionale Partigiani Cristiani
meridianoitalia.tv

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