di Antonio Iannuzzi

Il ricorso agli esperti da parte della politica è frequente nei tornanti più difficili della storia. Anche nell’attuale fase di emergenza sanitaria la politica chiede aiuto agli esperti: sono decine i comitati tecnico-scientifici costituiti, a livello statale e regionale, in Italia. In questi momenti l’Università si rivela un serbatoio privilegiato di esperti da coinvolgere.
Voglio citare l’esempio della composizione del gruppo di lavoro “Gruppo di lavoro data-driven” per l’emergenza COVID-19  istituito dal Ministro per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione, di cui faccio parte, per dimostrare come per governare le questioni attuali sia necessario acquisire un approccio multidisciplinare.

Le considerazioni che sto per avanzare vogliono contribuire a dimostrare come la sfida alla pandemia possa costituire un’occasione di riflessione anche per la riorganizzazione delle Università italiane. Comprendere e risolvere le questioni tecniche che la realtà ci pone drammaticamente di fronte richiede di essere in possesso di una pluralità di competenze e consente di maturare l’idea dell’urgenza di rivedere i percorsi formativi universitari per consentire di offrire una formazione autenticamente interdisciplinare agli studenti che ambiscono a diventare la classe dirigente di questo Paese.
Il gruppo di lavoro è costituito da 74 componenti ed è articolato in 8 sottogruppi.
Questi 74 esperti hanno esperienze estremamente varie: giuristi, epidemiologi, economisti, sociologi. La compresenza in un unico gruppo di lavoro di esperti dotati di così diverse competenze è fondamentale.
L’utilità di questo approccio è vincente nelle situazioni ordinarie, ma si apprezza ancora di più in una fase emergenziale, qual è quella che stiamo attraversando.
Il singolo esperto non riesce né a comprendere pienamente le questioni che pone l’emergenza sanitaria in atto né, ancor meno, a fornire risposte adeguate. Solo attraverso un dialogo proficuo, affatto facile, fra soggetti diversi è possibile compenetrare la complessità dei problemi e provare a fornire soluzioni più efficaci. Il dialogo interdisciplinare fra gli studiosi non è affatto facile perché dagli anni del divorzio fra le “due culture” fotografate lucidamente Charles P. Snow, le strade della conoscenza umanistica e di quella scientifica “pura” si sono nettamente dapprima divaricate, per poi esplodere in una miriade di settori iper-specializzati in una babele di linguaggi settoriali, il c.d gergo specialistico.
Dall’inizio del nuovo Millennio viviamo ormai in una società digitale, interconnessa e globale. Il mondo si sta ulteriormente trasformando. Le fasi di emergenza imprimono un’accelerazione notevole alle transizioni in atto (Harari, Preterossi).
Queste osservazioni possono giustificare, in parte, le ragioni di un così ampio ricorso alle commissioni tecnico-scientifiche da parte della politica per la risposta all’emergenza da Covid-19.
Il mondo nuovo sta determinando un’ibridazione dei saperi. Oggi essere competenti in una sola branca della scienza rischia di non essere più né utile né produttivo. La settorializzazione del sapere, che è un retaggio degli ultimi secoli, sembra essere un’esperienza che dovrà essere rapidamente accantonata. Senza un approccio plurale si fa persino fatica a decifrare la realtà. Da giurista posso proporre numerosi esempi: il diritto alla privacy, il diritto dell’ambiente, il diritto delle nuove tecnologie, il biodiritto richiedono ormai conoscenze plurali e un linguaggio ibridato. Si pensi, ancora, alle sfide importanti che si pongono all’umanità relativamente allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e della ricerca genetica che richiedono valutazioni, oltre che specialistiche, etiche, giuridiche, economiche, sociali…
Nei giorni scorsi tre Rettori italiani hanno pubblicato un articolo che può essere considerato una sorta di manifesto per l’innovazione nell’Università (E. Franzini, G. Iannantuoni, F. Svelto, La sfida dell’innovazione negli Atenei del dopo-crisi, Corriere della Sera, 7 maggio 2020, 28). Si sostiene esattamente che “alla pandemia siamo arrivati impreparati, ma il motivo non risiede tanto nella mancanza delle specializzazioni tecniche necessarie, bensì nella scarsa consuetudine al lavoro interdisciplinare”.
L’università possiede già al suo interno le competenze per rispondere alle sfide del futuro, ma ognuno fornisce risposte parcellizzate. I corsi universitari sono costruiti spesso intorno ad una rigida “specializzazione verticale” sulla base di un’idea di professionalizzazione che non è più al passo con i tempi.
La stessa legge n. 240/2010 recante “Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonchè delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario” mostra di essere superata ormai inadeguata soprattutto per via della logica di organizzazione dei dipartimenti universitari in strutture omogenee, con professori e ricercatori tutti raggruppati intorno a settori disciplinari affini (i giuristi con i giuristi, gli architetti con gli architetti, gli economisti con gli economisti…). Questo modello organizzativo pone una barriera anacronistica al dialogo interdisciplinare. Una tale organizzazione in torri d’avorio isolate era stata pensata, com’è noto, per razionalizzare la spesa in ricerca. L’attuale emergenza sanitaria non solo dimostra come tale scelta si sia rivelata clamorosamente sbagliata, ma ci sbatte contro gli occhi la necessità di affrontare questioni che sollecitano valutazioni specialistiche complesse e diverse, che richiedono risposte unitarie da parte del mondo della conoscenza e non frammentate e settoriali.
Occorre consentire finalmente una circolazione orizzontale dei ricercatori e dei professori nei dipartimenti universitari che abbandoni l’idea dell’arroccamento intorno alle logiche professionalizzanti del passato, ma che valorizzi sia itinerari di ricerca nuovi sia percorsi formativi inediti e attuali.
È necessario anche liberare gli studenti dalla rigidità di gabbie di formazione verticali in direzione, invece, di classi di laurea che offrano dosi calibrate di saperi diversi.
Non si tratta di stravolgere totalmente l’organizzazione universitaria, ma di agevolare una transizione verso percorsi misti che oggi sono ostacolati da regole superate.
Anche attraverso la rapidità di dare risposte a questi problemi si misurerà la capacità del nostro Paese di rispondere adeguatamente alla crisi e di concorrere con un ruolo di primo piano alle sfide della modernità.

 

24-05-2020
Autore: Antonio Iannuzzi
Professore associato di Istituzioni di diritto pubblico presso l'Università degli Studi Roma Tre
meridianoitalia.tv

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