TRENTADUE ANNI SENZA ILARIA ALPI E MIRAN HROVATIN, MA SEMPRE VIVI TRA NOI – CON LORO, RICORDIAMO LE COLLEGHE ED I COLLEGHI CADUTI PER DARE NOTIZIE ED ESPRIMIAMO GRATITUDINE PER IL LAVORO DELLE GIORNALISTE E DEI GIORNALISTI, SPECIE NELLE ATTUALI ZONE DI GUERRA
di Emanuele Mariani
Ci sono momenti nell’esperienza delle giornaliste e dei giornalisti, in cui il confine tra la verità, la liberà di dire e di raccontare i fatti con la morte, specie quando ci si trova in zone di guerra ed a rischio, forse è percepito in un solo istante.
Ecco, questo sentimento è vivo ancora oggi a trentadue anni di distanza, nella memoria collettiva non solo degli Italiani, ma di tutti coloro che hanno sete di verità e giustizia e fu quello che animò Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, il 20 marzo 1994, quando furono assassinati, in un agguato, a Mogadiscio, in Somalia.
di Tiberio Graziani
A quattro anni dall’inizio della guerra in Ucraina, il conflitto continua a essere interpretato come una fase di transizione verso un nuovo assetto di sicurezza regionale o globale. Questo articolo sostiene che tale lettura sia analiticamente fuorviante. Lungi dal produrre un nuovo ordine, la guerra ha consolidato una condizione di sospensione strategica, intesa come gestione armata e prolungata dell’assenza di un assetto credibile. Attraverso una distinzione tra conflitto reale e ordine narrato, l’articolo mostra come la persistenza della guerra sia legata non solo a dinamiche di potere, ma anche a vincoli politici e discorsivi che impediscono agli attori di dichiarare un limite senza compromettere la propria legittimità. La normalizzazione della sospensione viene infine interpretata come una forma politica della guerra contemporanea in assenza di un ordine condiviso.
di Myriam Mazza
Nel Golfo Persico, una delle regioni più aride del pianeta, l’acqua è diventata una risorsa strategica almeno quanto petrolio e gas. Mentre l’attenzione internazionale si concentra sugli effetti dei conflitti sui mercati energetici, analisti e scienziati mettono in guardia da un rischio meno visibile ma potenzialmente più devastante: la sicurezza idrica.
di Gianni Lattanzio
Per lunghi decenni abbiamo contemplato il mondo da un unico balcone privilegiato: Washington. Prima come acropoli del fronte occidentale nella guerra fredda, poi come centro di irradiazione di un ordine liberale che pretendeva di farsi orizzonte universale del pianeta. Oggi quella centralità non è venuta meno, ma si è fatta ambivalente, quasi tormentata. Gli Stati Uniti restano il perno del sistema internazionale, e tuttavia non aspirano più – o non riescono più – a sorreggerne da soli l’intera architettura. Ne scaturisce un passaggio d’epoca, in cui la guerra torna a imporsi come grammatica ordinaria della politica, mentre l’ordine e il disordine s’intrecciano in forme nuove, cangianti, inquietanti.
di Sonia Rocca
Lo Stretto di Hormuz e l’isola di Kharg sono tornati ad essere il cuore pulsante di una crisi che intreccia sicurezza marittima, equilibrio energetico globale e confronto strategico tra Stati Uniti, Iran e alleati regionali. La recente campagna di attacchi statunitensi e israeliani ha colpito duramente la flotta convenzionale di Teheran, senza però eliminare la capacità iraniana di minacciare la navigazione attraverso tattiche “asimmetriche”, basate su droni, mine navali e motoscafi veloci, in uno dei choke point più sensibili del pianeta. In questo contesto, lo Stretto di Hormuz – da cui transita circa un quinto delle forniture petrolifere mondiali – è oggi al centro di un gioco ad altissimo rischio, in cui ogni incidente può tradursi in un’immediata impennata dei prezzi dell’energia con ricadute sulle economie europee e asiatiche, Italia compresa. L’isola di Kharg, considerata il “tallone d’Achille” dell’Iran per la concentrazione di terminali petroliferi e infrastrutture di export, è diventata a sua volta un obiettivo simbolico e strategico, sul quale si misura la pressione degli Stati Uniti e la capacità di deterrenza di Teheran.
di Gianni Gigli
In un panorama globale dove la guerra ibrida occupa le prime pagine, esiste una vulnerabilità tanto antica quanto sottovalutata: la voce. Nei contesti istituzionali più critici dove agiscono Vertici Istituzionali, Militari e di Intelligence, chiamati a gestire situazioni di crisi, così come nei board aziendali di rilevanza strategica, la riservatezza ambientale non è solo una prassi, ma un imperativo di sicurezza nazionale, tutela del valore aziendale e continuità operativa . Proteggere un perimetro fisico o un server non serve a nulla se le decisioni prese "a porte chiuse" vengono captate da un microfono occultato o da uno smartphone compromesso .
di Emanuele Mariani
Non è un giorno come gli altri, per gli Italiani, il 16 marzo, anche se, di recente, è diventato il titolo di una canzone d’amore di Achille Lauro. Quel giorno, quella mattina, l’Italia cambiò per sempre, non fu più la stessa e ancora oggi, a quasi cinquant’anni da quel drammatico evento della strage di via Mario Fani e del rapimento di Aldo Moro, tutti noi ne paghiamo, per certi versi, le conseguenze.
Quel giorno, il 16 marzo del 1978 era un giovedì come tanti altri nel nostro Paese, dopo un mercoledì calcistico di Coppa dei Campioni, che vide la Juventus vincere, ai rigori, contro l’Ajax ed approdare alla semifinale, bianconeri che poi vinsero lo scudetto proprio con un pareggio (1 – 1) con la Roma, il 30 aprile 1978, all’Olimpico, in pieno sequestro Moro, campionato di calcio che si concluderà domenica 7 maggio 1978, due giorni prima del ritrovamento, il 9 maggio (un martedì), del cadavere dello statista pugliese, che era nato a Maglie, in provincia di Lecce, il 23 settembre 1916.
di Rossana Errico
Cari giovani elettori, capisco le vostre titubanze: non è un tema facile quello che ci viene proposto in questo referendum. La riforma della giustizia tocca questioni profonde, che possono generare incertezze e timori. È normale sentirsi sopraffatti di fronte a cambiamenti così significativi, e a volte può sembrare più semplice rimanere neutrali.
di Gianni Lattanzio
In Iran si combatte oggi una doppia guerra. Quella che si vede – tra Stati Uniti, Israele e la Repubblica islamica – ha il suo fronte nei cieli di Teheran, nelle basi militari, nello stretto di Hormuz dove transita una quota decisiva del petrolio mondiale.
Intervista con Madiya Torabayeva, fondatrice e caporedattrice di Cronos.Asia
di Pietro Fiocchi
Summit politici molto costruttivi, un commercio bilaterale importante e in continua crescita, di recente è stata inaugurata nella città kazaka di Almata la “Kazakh-Italian Trade House”, l’Italia è per il Kazakistan uno dei maggiori partner commerciali e una delle più ambite mete turistiche per i suoi cittadini… crede sia arrivato il momento di dare all’Italia più spazio nei media kazaki, a parte le principali notizie di eventi bilaterali istituzionali e commerciali, con rubriche specifiche di arte, cultura e società?
di Emanuele Mariani
Ci sono giornate, quelle di marzo in particolare, che restano nella storia del nostro Paese. Ebbene, se nel 1961 era nato il Secondo programma Rai, nel 1976 è il turno del suo giornale. Fu la fine del monopolio della Democrazia Cristiana e l’avvio del pluralismo informativo, certificato dalla legge di riforma del 14 aprile 1975, n. 103 che attende, proprio in questi giorni in Parlamento, dopo numerose successive normative alternatesi negli anni, il suo nuovo adeguamento normativo in ossequio all’European Media Freedom Act, regolamento europeo entrato completamente in vigore, nel nostro Paese, dall'8 agosto 2025.
Firmato a Rosario il Memorandum di cooperazione tra partner italiani e argentini. Energia, smart city, telemedicina e formazione al centro del progetto. Tra i protagonisti anche Igor Guida, vicepresidente di Stripes Coop e direttore scientifico di Digitus Lab.
di Giuseppe Pittari
Un ponte tra Italia e Argentina costruito su tecnologia, cooperazione e valorizzazione del lavoro. È questo il significato del progetto Innovazione Umanistica Italia-Argentina - La tecnologia 5.0 al servizio della cooperazione e del lavoro, che ha compiuto un passo decisivo con la firma del Memorandum di intesa per la cooperazione tecnologica e industriale, avvenuta il 24 febbraio 2026 nella città argentina di Rosario, presso la sede del sindacato Luz y Fuerza.
di Khaled Omar Youssef
In Libano, oggi, il dibattito non riguarda soltanto la politica, ma la natura stessa dello Stato. La domanda che molti libanesi si pongono è semplice e drammatica al tempo stesso: come può uno Stato recuperare pienamente la propria sovranità se una forza politica conserva un arsenale militare autonomo rispetto alle istituzioni pubbliche e detiene, di fatto, il potere di decidere la guerra e la pace al di fuori di esse?
di Renato Loiero
La quinta Cabina di regia a Palazzo Chigi conferma il Piano Mattei come laboratorio di una nuova proiezione italiana verso l’Africa, tra acqua, conoscenza e sviluppo condiviso, sullo sfondo della crisi nel Golfo.
Quando il mondo sembra scivolare “dal sogno dell’ordine al rischio della frammentazione”, per riprendere un’immagine cara alla teoria delle relazioni internazionali, l’Africa torna a occupare il centro della scena strategica. Non più periferia lontana, ma spazio in cui si incrociano rotte energetiche, migrazioni, sfide climatiche e competizione tra potenze.
di Gianni Lattanzio
La Repubblica islamica ha scelto la continuità più dura nel momento della sua massima fragilità. Nel pieno di una guerra aperta con Stati Uniti e Israele, l’Assemblea degli Esperti ha incoronato Mojtaba Khamenei, figlio del defunto Ali, come nuova Guida suprema. Non è una semplice successione istituzionale: è il segnale di un potere che decide di arroccarsi, di militarizzarsi definitivamente, trasformando un regime teocratico già opaco in qualcosa di sempre più simile a una dinastia armata, sorretta dal complesso sicurezza‑economia‑ideologia.
l’analisi in un libro della presidente di vigilanza rai, Barbara Floridia
di Emanuele Mariani
C’era una volta il servizio pubblico radiotelevisivo o meglio quale sarà il suo futuro e quello della Rai.
Ecco, mentre a Roma, a viale Mazzini,sede, dalla metà degli anni ’60, della Direzione generale della più importante azienda culturale del nostro Paese, dal 31 gennaio 2025, sono in corso inoti lavori di ristrutturazione per la messa in sicurezza dello stabile, con spostamento delle risorse, in via Alessandro Severo, ed i vertici e i consiglieri di amministrazione temporaneamente trasferiti in via Asiago, non solo, a livello di principali immobili, sta accadendo qualcosa alla televisione pubblica.
di Rosario Sprovieri
Gli artisti, cartina di tornasole di quell’umanità sensibile che abita il globo, attraverso le loro opere tramandano: il respiro delle persone, la cronaca, gli avvenimenti, le culture e le storie della terra e del mare. In quelle loro istantanee immortali, riportano alla luce il travaglio e l’inquietudine dell’anima; l'arte diventa coscienza collettiva, valvola di sfogo che, con fatica, erutta e tracima fino a svelare e a mostrare nuda verità al mondo.
di Sonia Rocca
L’8 marzo non è solo una data sul calendario: è il momento in cui il Paese intero è chiamato a guardarsi allo specchio e a chiedersi quanto la promessa di uguaglianza tra donne e uomini sia davvero mantenuta nella vita quotidiana. È una ricorrenza che nasce da lotte concrete – sul lavoro, nei diritti politici, nella libertà dalla violenza – e che oggi, a ottant’anni dal completamento del suffragio universale, ci chiede di trasformare celebrazioni simboliche in scelte strutturali.
di Paolo Masini
Il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana, in In occasione della Giornata internazionale della donna che si presenta un progetto video speciale che sarà proiettato all'interno del percorso museale e che nasce da una domanda apparentemente semplice: perché "emigrazione" è un sostantivo femminile? A questa domanda sono state invitate a rispondere donne che, a vario titolo, si occupano di emigrazione nei rispettivi ambiti di studio, ricerca e lavoro.
di Gianni Lattanzio
L’Unione europea si trova, ancora una volta, davanti allo specchio della storia. Di fronte alla guerra in Iran, all’uccisione della Gu ida Suprema e al tentativo di piegare con la forza gli equilibri di un’intera regione, la
tentazione di restare sul bordo del vulcano, commentando con linguaggio felpato le mosse altrui, è forte. Eppure è proprio lo Stretto di Hormuz – quel collo di bottiglia da cui passa il respiro energetico del pianeta –
a offrire all’Europa l’occasione di trasformarsi da spettatrice inquieta in architetto responsabile della sicurezza collettiva: chiedendo che il controllo di Hormuz sia affidato a una missione internazionale, sotto
egida ONU e a guida europea, con il mandato di garantire la libertà di navigazione e proteggere i civili da un’escalation fuori controllo.
di Gianni Lattanzio
Le immagini delle esplosioni su Teheran, delle navi immobili davanti allo Stretto di Hormuz, dei terminal energetici del Golfo avvolti dal fumo non raccontano soltanto l’ennesima guerra mediorientale, ma la fragilità di un intero ecosistema da cui dipende, più di quanto amiamo ammettere, la nostra quotidianità. In questo nuovo conflitto che intreccia Israele, Stati Uniti e Iran, il fuoco dei missili si riflette nelle borse europee, nelle bollette italiane, nei bilanci delle piccole imprese, ma anche nelle falde sotterranee, nelle condotte, nelle centrali di desalinizzazione che garantiscono l’acqua potabile a milioni di persone sulle coste del Golfo. L’oro nero e l’“oro blu” si ritrovano così sullo stesso fronte, trasformando una crisi militare in un laboratorio inquietante di vulnerabilità globali.
La Società italiana di Diritto internazionale e di Diritto dell’Unione europea (SIDI), che riunisce studiosi ed esperti di diritto internazionale pubblico e dell’Unione europea, ha diffuso una dichiarazione sulla recente operazione militare di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, giudicata in contrasto con i principi fondamentali del divieto di uso della forza e del rispetto della sovranità degli Stati. Pur condannando le gravissime violazioni dei diritti umani da parte delle autorità iraniane, in particolare nei confronti delle donne e del dissenso interno, la SIDI richiama la necessità che ogni risposta avvenga nel quadro del diritto internazionale e invita il Governo italiano a mantenere una posizione pienamente conforme agli obblighi assunti sul piano internazionale.